Archive for the ‘Racconti brevi e versi’ Category

equitaglia 1789

Posted on agosto 7th, 2011 in Racconti brevi e versi | No Comments »

 

Si sparse peduncolando, il rimbombo dei passi. Sembrò farsi largo tra giacigli di vento. Trascorse tra vetrate e porte automatiche, si perse nel calpestio di stampanti e computers.
Gli impiegati però, non compresero subito.
Qualcuno su Facebook aveva nitrito la solita sbobba di pacifismo allungato; commenti centrosinistroidi dell’ultima ora consigliavano la calma. Ma Facebook si nutre di maggioranze, di graffi alla schiena del mondo. Forse per caso, forse per destino, il richiamo a nuova pazienza non bastò. E fu tutto bellissimo.
Il nome degli ultimi suicidi fu orgoglio e bandiera. Nel loro ricordo, nella tua memoria, si alzò il mormorio della folla. E le strade si aprirono alle strade, all’unisono si scoperchiarono i palazzi, e la gente, la bella gente, la santa gente, si mosse come un unico essere pensante.
Poi arrivarono i forconi. Un’altra idea che era piaciuta a tutti.
Richiamavano i grandi turbinii della storia, in particolare la fiumana parigina del 1789. Non che tutti fossero consapevoli del riferimento; forse, anzi, dei forconi piaceva semplicemente il pensiero che le loro punte potessero infilzare non solo covoni di paglia, ma anche grossi culi. I loro culi.
Così milioni di forconi cominciarono a indicare come molte dita il cielo, e a camminare, ognuno insieme alla propria persona.
L’intero stivale prese a vibrare in un unico sogno, la rabbia delle brave persone attraversò come un brivido la spina dorsale del paese, senza remore e senza un avviso.
I giornali arrivarono tardi.
Le televisioni non fecero in tempo.
All’ombra dell’ultimo reality, sulla scia del prossimo talk-show si accese l’ultimo anelito di vita di un’epoca mai cominciata.
E alla fine, furono davvero gli impiegati i primi a capire.
Se si fosse trattato di un altro ente, di altri uffici, probabilmente li avrebbero lasciati andar via. Ma sai, per questi funzionari non poteva esistere il ragionamento “non hanno colpa, fanno il loro lavoro”. Si sapeva che erano addestrati alla burocrazia e si sapeva di come godevano nell’infliggere i loro incartamenti. Con quel sorrisino sfatto da avvoltoi in divisa d’ordinanza, quella protuberanza amorfa in camera endocranica vigile e superba, non si smentivano, non rispondevano e solo calcolavano, rateizzando a interessi aguzzini.
Tasse, dazi, balzelli e pinzellacchere pagate 100 volte e accresciute a bella posta per schiacciare, per succhiare il pane ai morti, mentre lassù imperavano le escort della casta. Sanzioni usuraie su famiglie di persone; pignoramenti di auto, case, mobili ed esistenze intere. Mentre lassù mafioseggiavano corruzione a delinquere e camurria.
Loro erano 51% Agenzia delle Entrate. 49% Inps.
No.
Non li lasciarono andar via.
E non vi fu tumulto. Nella prima sede la gente, la buona gente, la santa gente, entrò con calma.
Si udì soltanto un colpo di tosse. Poi un bambino tra la folla urlò, forse senza capire: “abbasso Equitaglia !!!”
I forconi calarono sugli sportelli, sui terminali, sulle stampanti, sulle scrivanie.
I fogli, le cartelle… volarono via.
Gli impiegati…
Non vi fu sangue.
Perchè li impiccarono.
La ghigliottina parigina fu sostituita dalla corda cravattara che loro stessi avevano per decenni rappresentato come sistema. In tutta Italia, contemporeanamente.
Non si vide polizia. Nè carabinieri, nè esercito. La folla faceva troppa paura. O forse anche loro erano la folla.
Quando dopo qualche ora tutto fu finito, qualcuno scrisse su Facebook: “ora tutti a Montecitorio”.
E la gente, la buona gente, la santa gente, di nuovo si mosse.
Inesorabilmente.

Come un unico essere pensante.

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.

Il Sorriso Buono di Mia Figlia

Posted on giugno 9th, 2011 in Racconti brevi e versi | 1 Comment »

Si apre su piccoli scogli d’avorio, alternati ad un buio vorace.
Si apre e coinvolge tutta la stanza…
Ogni cosa, qui intorno, si agita e danza.
Così piccolo, grande mistero…
Tu sì, sai davvero sognare.
Tu ci puoi consolare.

Si estende su mondi infiniti e diversi, enormi come fogli di carta.
Si posa, farfalla, tra cucina e tinello, separando a suo gusto ciò che è brutto dal bello…
E saluta sull’uscio chi parte…
Non conosce il dolore e la morte… ma li sa allontanare…

Basta un niente, un desiderio, un sottofondo appena musicale, e giunge…
Come vento che allontana nubi minacciose dal mare…
Come un sentimento, nasce lento, per nascondersi, gonfiarsi e scoppiare…
Si presenta sempre giusto in tempo per convincerti a rimandare…
A ritornare.

Basta un giorno ed il futuro sembra quello che tu puoi immaginare.
E si convince che, oltre quel balcone, alla fine sia tutto uguale…
Innocente solamente per combinazione, o assenza di prove.
Sembra dica “non ti preoccupare, passeranno… queste cose nuove…”

Come fare arcobaleni, quando il cielo piano si risveglia…
Così vedo, tocco, sogno e imparo…
Il sorriso buono di mia figlia.

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.

Quello che ho perso…

Posted on maggio 21st, 2011 in Racconti brevi e versi | 2 Comments »

Quello che ho perso è il gusto o lo sfizio di lasciare aperte le porte a ogni vizio.
Bere, fumare e far dell’amore un gioco bastardo. Tirare al biliardo e centrare la buca.
Centrare la buca…

Quello che ho perso è il gesto malsano di farmi del male per sentire la mano, gelida, forte e senza coscienza della vita che corre.
Andar giù dalla torre e attendere il tonfo.
Attendere il tonfo…

Ma quello che ho lasciato dietro all’angolo di strada è più del rombo di un motore o del furto di un amore.
E’ più del folle assurdo oblìo dato da bicchieri pieni, o da seni sconosciuti di una donna che non c’è.

Quello che…

Quello che ho perso è l’incognita, il caso, di seguire ogni odore che giungeva al mio naso…
Foss’anche pelo, liquore, fumo o più dolce profumo, cercando qualcuno su cui fare una storia.
Fare una storia…

Quello che ho perso son le tante domande che quasi a dispetto mi han fatto più grande.
Non so quando torno, se torno… e mi chiedevo perché per chi viene con me c’è una porta già chiusa.
Una porta già chiusa…

Ma quello che ho lasciato in fondo al tunnel del passato, non vale i tuoi capelli al vento…
Ogni tuo sorriso o pianto…
Non vale il canto dei tuoi occhi accesi su quel mare che c’è in te…
O la tua voce che mi sveglia e mi fa pensare che…
Tra le cose che ho perso…
Io ho vinto te

Tra le cose che ho perso

Io ho vinto te

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.

Il Modello è Lady Oscar

Posted on aprile 26th, 2011 in Racconti brevi e versi | 1 Comment »

E a volte di nascosto vi guardo, figlie mie.
Mi brillate negli occhi come due stelle.
Mi passate la vita attraverso un sorriso, una corsa nel vento; e mi restituite dal niente il tempo che scorre, come se tempo non passasse mai.
Mi fiorite davanti ora bambine, domani già donne.
Vi immagino.
Come sarete ?
Belle come la mamma. O forse di più.

Vi immagino adulte: capelli lungo le spalle, i seni cresciuti, le forme sinuose e rotonde; su labbra di baci e parole canterete amore e fortuna. E io sono uomo, padre orgoglioso.
Ma coltivo paura.

Perchè siete immense, come tutte le donne, perchè sarete domani desiderio e dispetto, invidia e conquista.

Vorrei spiegarvi gli uomini, bambine mie, ma non so parlare di questo,
Posso dirvi soltanto che in tempi diversi avreste sofferto.
Dalle bisnonne alla mamma quanto tempo è passato ?

C’è stato un tempo di contadine curve nella terra e casalinghe segregate in cucina.
C’è stato un tempo di matrimoni combinati o proibiti, di dote e corredo.
C’è stato un tempo di notti di nozze e lenzuola macchiate di sangue, stese al sole al mattino.
C’è stato un solo destino: dal padre al marito.
Ci sono state donne che non hanno mai pigiato su un accelleratore, donne a cui nessuno ha insegnato a leggere e scrivere, donne senza un lavoro, senza una carriera.

C’è stato un tempo senza diritto di voto.

Voi, piccole mie, siete il frutto di lotte perenni e vivete libertà che vi fate banali.

Quello che oggi succede in paesi lontani, in altre culture, un tempo è stato anche da noi.

Perchè ?

Beh, forse perchè ogni donna è preziosa come un tesoro. Allora – pensavano – teniamocela stretta che non possa scappare…

Sì, non so spiegarvi gli uomini, proprio non so.
Egoisti, prepotenti, violenti, insensibili.

No…
Forse solo piccoli.
Incapaci di tenere nelle loro mani rozze e nodose la grazia e la bellezza, senza rovinarle mai.

Il tempo è trascorso. Le donne sono passate dalle case, agli uffici, fino alle imprese, alla politica, sì. Ma si portano appresso ancora quel non so che di patito, quel sentore lontano di pregiudizio meschino.

Bambine mie, voi siete sesso debole.
In ogni uomo resta ancora un sogno incompreso, un traguardo lontano.
Gli uomini possono amare le donne. Ma non le stimano. Pensano ancora alla costola di Adamo, sentono un’ atavica appendice, dentro, nel loro profondo.

Spesso mirano allo spazio compreso tra una coscia e l’altra e non guardano altro.
Gli uomini sono impotenti.
Come spiegarvi ?
Come aiutarvi, come mettervi in guardia…

C’è uno vuoto tra l’uomo e la donna che divide due mondi simili e lontani… Da grandi capirete che non è la distanza che unisce corpi tra le lenzuola, no…
E’ il modo piuttosto di guardare le cose.

Guardate vostra madre. Prima che io stia per uscire mi scova la grinza al pantalone, il nodo storto alla cravatta, il punto di tiraggio preciso di un maglione… Sembra banale. Ma l’implacabilità del suo occhio è quella di tutte le donne, che stanano il dettaglio… e si elevano a poesia.

Una donna si incanta davanti un tramonto. Anche l’uomo può farlo. Ma soltanto la donna noterà in un punto lontano, una sfumatura di rosso diversa, più accesa, forse più triste e cadente…
E’ il senso della poesia che c’è in ognuna di voi. Tra gli uomini possono accostarsi a questo vostro guardare, con animo pulito, soltanto – appunto – i poeti.

E’ forse questo vostro potere a confonderci, oppure vi invidiamo il dono di far nascere la vita, di poterla custodire, di restare primo e spesso ultimo nome – sacro, fisso, inviolabile – che esce dalla nostra bocca.
Anche chi è abituato alla guerra, al sangue, alla polvere da sparo: il soldato, il poliziotto, il criminale, l’agente segreto, il mercenario… quando vedono sgorgare a fontana dal loro stomaco il flusso di una ferita e si guardano le mani che la premono, orribilmente rosse, non possono fare a meno di contorcersi e mormorare, gridare, piangere, il nome più importante della loro esistenza…

Mamma

La porta da cui gli uomini entrano alla vita.

Il rispetto dovrebbe partire da qui. Dal pensiero che ogni donna, anche la più bambina, è come nostra madre.

Invece no. La storia non cambia. Non cambia mai nulla. Forse solo le parole.

Ora si usa l’inglese.

Stalking

Quando l’uomo che ti fa del male ce l’hai in casa e tu lo ami talmente tanto che lo hai sposato o hai scelto di conviverci.
E’ lo stupro peggiore, perchè rende l’amore un incubo.

Lo stalking spesso uccide.

Lo stupro, del semplice balordo, del branco, o di guerra è sempre esistito.
Lo stalking è un modo nuovo di chiamare la violenza o l’omicidio in famiglia, anch’essi sempre esistiti.

La legge sullo stalking.

Bambine mie, gridate al miracolo quando nasce una legge per proteggere le donne !
Sono rare e così poche !
Sono banali e così assenti !

Capite adesso perchè ho paura ?
Crescerete e avrete bisogno di me. Saprò aiutarvi ? Proteggervi ?
Saprò ascoltarvi ?

La voce di una donna è come il rumore del mare. L’orecchio dell’uomo dovrebbe contenerla perenne, facendo da conchiglia.

Ma spesso siamo solo orecchie da cori allo stadio, su pantofole da soggiorno, pigiama, e birra sul tavolino.

Continuiamo a comportarci come se voi foste nostre.

E quando vi stancate e vorreste andare via…

Stalking

Vi uccidiamo

Non perchè sono padre, ma perchè sono uomo, cerco la soluzione.

E ora ce l’ho. Finalmente l’ho trovata,
Ora so cosa insegnarvi, so come prepararvi, so come allenarvi…

Bambine mie…

Il modello è Lady Oscar

Lady Oscar, sì, l’eroina dei cartoni animati.
Il buon padre voleva un maschietto, ma ahimè sei nata tu…
No, io non volevo ad ogni costo un maschietto. Io e vostra madre non abbiamo voluto sapere il vostro sesso da un’ecografia. Abbiamo aspettato. Eravamo felici del vostro arrivo e tanto bastava, maschio o femmina non faceva alcuna differenza.
Il papà di Lady Oscar invece voleva un maschietto. Per questioni di eredità del titolo nobiliare o forse solo perchè era uno stronzo maschilista. Comunque…
Nasce una bambina bionda e bellissima, l’ottava o la nona delle sue figlie femmine, lui sulle prime si dispera, poi ecco la soluzione.
Sarà educata come un maschio ! Si chiamerà Oscar François !

Ecco.
La mia idea non è così radicale, ma…
Il modello è Lady Oscar.

Fare in modo che nessuno possa dirvi “tu non puoi fare questo perchè sei una donna”.
Fare in modo che nessuno possa farvi del male approfittando del vostro essere donne.

Mi sono documentato.
Ho riguardato su Youtube tutte le puntate di Lady Oscar.

Che spadaccina !
Quei maschi presuntuosi che si buttano contro di lei brandendo la spada come un simbolo fallico, convinti che è solo una donna, che ora non solo la disarmano, ma (nella loro testa) se c’è il caso a fine duello una bottarella gliela danno pure !
E lei, tranquilla, veloce, fredda come il ghiaccio… Era qui, dov’è finita ?
Tac, tac, tac… In un secondo si ritrovano disarmati con la punta della spada di Oscar che preme sulla loro gola !
E lei sorride dal profondo dei suoi occhi chiari come il cielo…
Poi c’è quel nobilastro che la schiaffeggia con il guanto e la sfida a duello con la pistola. E organizza in modo che dopo i venti passi, al momento di girarsi, il sole si rifletta negli occhi di Oscar in modo che non possa mirare… Ma lei mica è scema, se ne accorge ! E al momento di voltarsi scarta di lato e spara precisa – Pum – sulla mano dell’avversario.
E quando il cavallo di quella rimbambita di Maria Antonietta si imbizzarisce e comincia a correre come un forsennato ? Guardate, guardate con che grazia Oscar balza da una groppa all’altra, afferra sua maestà e si tuffa nel fiume !

Eh ?

Scusate, figlie mie, forse ho divagato un po’…

Ma, insomma, è questo che intendevo.

Non vi impedirò di giocare con le bambole.
Ma sappiate tirare un calcio ad un pallone.
Più grandi vi passerete cosmetici sulle labbra e sugli occhi o impazzirete per la stoffa variopinta di un abito da sera.
Ma sappiate infilare la testa nel cofano di un auto, sappiate brandire un martello anche solo per un chiodo nel muro.

Sappiate fare a pugni.

Andate nelle palestre e imparate a rendere il vostro corpo un’arma pericolosa. Quello stesso corpo che gli uomini bramano, che cercano di avere ad ogni costo. Che possano averlo soltanto se voi ne ricambiate il piacere.
Altrimenti…

Il modello è Lady Oscar.

Che le vostre mani scattino veloci, chiuse a pugno, e si abbattano terribili rompendo nasi e facendo saltare denti…
Che i vostri gomiti precipitino dall’alto verso il basso smontando mascelle, che le vostre ginocchia… oh, le vostre ginocchia… Sapeste che suono meraviglioso fa l’impatto di una rotula su due insulsi testicoli !

Avrete sempre lo stesso vantaggio di Madamigella Oscar: il convincimento del vostro avversario maschio che siete più deboli, innocue, che non potete contrastarlo. Ne gusterete l’espressione di dolore misto a sorpresa, quando comincerà a sanguinare, quando si renderà conto che è lui, invece, il più debole.

Oh Lady, Lady, Lady Oscar
La tua spada fischia, non delude mai

Perchè è questa la vera forza !
Ma quale sesso debole !
Chiedete ad un uomo di fare le cose che fa una donna. Non ne avrà le capacità, il coraggio, l’intelligenza. Si renderà ridicolo.

Chiedete ad una donna di fare l’uomo. Non avrà problemi, anzi… Saprà far meglio.

Il modello è Lady Oscar, figlie mie, non scordatevelo mai.
Rasenta la perfezione.
Contiene in sè il mondo stesso, riunisce le contraddizioni, le riveste di grazia e dolcezza in una comunione impalpabile di energie positive e vibranti.
Oh, che donne meravigliose sarete !

E un giorno verrà, sì, verrà anche per voi…
Un André.
Un uomo innamorato perdutamente di ciò che siete, per quello che siete. Un uomo disposto a donarvi la vita, senza pensarci un secondo, senza alcun dubbio.
Ve lo auguro bambine mie, ve lo auguro di cuore.
Ma non so se nel mondo reale un Andrè esiste davvero.
Forse no.

E forse… Forse sto sbagliando anch’io.
Perchè “una rosa è una rosa anche se essa sia bianca o rossa. Una rosa non sarà mai un lillà”.
Forse Lady Oscar è semplicemente un’altra vittima. Forse diventare come lei significa chinare il capo una volta di più al cospetto dell’uomo, accettare che il modello sia comunque maschile.

Non so.
Forse basterebbe incontrarsi e prendersi per mano. Guardarsi negli occhi…

Sì, figlie mie, non ascoltatemi, cancellate tutto quello che ho detto.
Perchè sono un uomo anch’io, sono piccolo e stupido.
La soluzione è qui, è sempre stata qui, è sempre la stessa, da quando siamo al mondo, non è mai cambiata.
L’amore, il rispetto.

E ogni donna sarà libera.
E anche voi sarete libere.

Potete farcela. Possiamo farcela.
É una lunga strada che comincia sull’asfalto e prosegue su un arcobaleno. E’ una storia colma di atrocità e sacrifici che passa anche attraverso il vostro domani.

Non Lady Oscar, ma donne e uomini nuovi. Capaci di amarsi per sempre, per davvero.

Siate donne, figlie mie, in tutto e per tutto, come meglio vi aggrada, siate sempre voi stesse, sempre diverse.

Non arrendetevi mai. Non chinate mai la testa di fronte a nessuno, uomo o donna che sia.

Non fatevi cambiare.

A volte di nascosto vi guardo.
In un bacio spezzato di cielo, fuggendo su un prato, mi donate gioia e tremore. Nella vostra risata mi perdo, come se il gioco che fate qui accanto fosse l’unica musica al mondo…
E mi pulsa nel sangue la voglia che siate sempre felici.

Donne.
Felici.

Termini a volte in contraddizione.

Ma un giorno ci sarà un Andrè che vi porterà via su un cavallo bianco.

Perchè il modello non è Lady Oscar. Non lei da sola.

Il modello è Lady Oscar e Andrè, insieme.

Un uomo e una donna,
In gioia e dolore.
Tra alterne fortune.
Per poco e per sempre.

Come… Come faceva quella canzone ?

Oh Lady, Lady, Lady Oscar

Tutti

fanno festa

Quando

passi tu

 

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.

Fiore di campo

Posted on marzo 25th, 2011 in Racconti brevi e versi | 1 Comment »

C’è stato un tempo che non vivevo qui.
Com’era bello vivere così…
C’era solo vento che mi accarezzava piano, come la mano tra i capelli di un bambino.
E un sole nuovo… per ogni nuovo mattino.

C’è stato un tempo che guardavo l’acqua di un ruscello.
E la primavera mi rendeva ancor più bello…
Non fu il vento a portarmi via, ma la mano di una donna che mi colse piano.
E di lacrime… mi bagnò.

E adesso son qui che muoio su una strada lunga e grigia, e vedo solo auto che non tornano mai…
Non tornano mai.
Il sole adesso uccide e mi incolla a questo palo sotto al quale ogni tanto piscia un cane.
E la notte è troppo fredda in queste… in queste luci di galleria.
E vedo solo auto che non tornano mai…
Non tornano mai.

Ciò che resta del mio profumo lo lascio a questa fotografia, che sorride accanto a me da dietro un vetro.
E ciò che resta del suo sorriso è la mia sola compagnia, legata a un palo sotto al quale ogni tanto piscia un cane…

E la notte è troppo fredda in queste… in queste luci di galleria.

In queste luci.

Di galleria.

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.

Cruciverba

Posted on febbraio 6th, 2011 in Racconti brevi e versi | 1 Comment »

Mi parla di te ogni sera la sedia su cui appoggiavi i libri. E tu per terra, gambe incrociate e penna in bocca.
Racconta di te, quasi sussurrando, la caffettiera mentre balla il tango.

Non dormi ? Ti stai annoiando ?
Come sei sciocca…
Tre verticale.
“Un po’ come morire”

Mi legge di te la storia la forma scolpita tra le lenzuola, il disegno scomposto delle tue mani lungo il cuscino.
E canta di te il silenzio, si posa a fiocchi tra i miei capelli, li tira forte per farmi male…
Orizzontale…
Non trovo parole.
Lasciami stare.

Mi sfiora di te il pensiero e guardo fuori.
Una strada affollata, ma… senza colori.
Mi dice di te la gente, sotto i lampioni, che nessuno sta qui per sempre…
Nessuno sta qui per sempre.

Mi parla di te ogni sera il posto vuoto che ho qui di fronte… e tu che scrivi da non so dove “non mi lasciare”.
Racconta di te, qui intorno, il fischio di un treno che fugge al giorno… e un vaso di fiori, nella tua stanza…
Ad aspettare.
Tre verticale.
“Un po’ come morire”

Mi sfiora di te il pensiero e guardo fuori.
Una strada affollata, ma… senza colori.
Mi dice di te la gente, sotto i lampioni, che nessuno sta qui per sempre…

Non siamo abbastanza buoni…

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.

Prima che scatti il verde

Posted on gennaio 7th, 2011 in Racconti brevi e versi | 1 Comment »

Quando comincia a far buio divento un fantasma d’asfalto.
Un’ombra di quindici anni
e una famiglia lontana che ha il mare di fronte e mi aspetta…
Domani.
Ma domani è natale, fratello. Tu lo sai, per qualcuno è un dispetto
guardare le luci, le strade, la gente,
distanti anni luce da quello che ho in mente.
E se piove…
Piove pesante.

Non dirmelo, non dirmi di tornare,
che se avessi speranze diverse da questo occidente, se potessi fuggire dal niente…
Non torno, non torno al mio paese.
Perchè paese è dove cammini, senza confini,
dove guardi le nuvole specchiarsi nei fiumi.
E’ il mondo.
Così uguale e diverso.

Quando comincia a far freddo divento una statua di gesso.
Mi vedi vagare tra i fari e il vapore
come straccio bagnato di pioggia incolore, e domani…
Domani è natale.
Ma natale è un dispetto, fratello, e lo sai che quest’auto è un gioiello ?
La guardo partire senza parlare,
potevi darmi qualcosa, almeno fammi fumare…
io lavare, lavare vetro…

Non dirmelo, non dirmi di tornare,
che se avessi speranze diverse da questo occidente, se potessi fuggire dal niente…
Non torno, non torno al mio paese.
Perchè paese è dove ci vivi, nessuno che spari,
dove impari a memoria tutti i rumori.
E’ il mondo.
Così uguale e diverso.

E’ il mondo.
Così uguale e diverso.

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.