Archive for the ‘Racconti brevi e versi’ Category

Soffio

Posted on ottobre 6th, 2010 in Racconti brevi e versi | 1 Comment »

Di vento.
Scompiglia i capelli e le foglie sul ramo.
Ce n’è una che cade
…ma piano.

Di anziano.
Ravviva il fuoco che è nascosto là sotto.
Scarabocchio nero
…dal tetto.

Di gatto.
Vibrisse accese di rabbia cieca e paura.
Artigli su segni
…di sutura.

Di cameriera.
Guarda che sporcizia e quanta polvere vola !
Un colpo di straccio
…poi cala.

Di guance viola.
Lo sforzo di gonfiare il palloncino rosso.
S’alza e galleggia
…lo stesso.

Di gesso.
Dopo aver baciato piano la sigaretta,
poi sul fiammifero, in fretta
e lo getta
come se nulla, nulla valesse.
Eppure è d’amore, se vuole…
E’ amore…

Di madre.
Sulla minestra, ed il bimbo sopra la gonna.
Un bacio schioccante
…di donna.

E di donna…
Sfiora il mio collo, mi solletica appena.
Mi dormi vicino
…serena.

Infine qualcuno.
Scende giù lento dal piano di sopra,
sorride e spegne la luce…
C’è odore di cera.

Vacilla, barcolla, poi muore…

PFFF !

Candela

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.

Ultime parole del poeta

Posted on settembre 19th, 2010 in Racconti brevi e versi | 2 Comments »

Non c’è più il rumore molesto che fan le parole
Quando danzano al ritmo indigesto di regole nuove
E di notti, di frasi passate al setaccio sento ancora l’odore
Stringimi forte la mano… per favore

Non c’è più il disegno contorto dei gorghi del fiume
Quando passi sul ponte e da lì cominci a pensare
Il dubbio, l’arcano, è andare comunque controcorrente
correre, scorrere, correre, scorrere sempre

E per te che hai patito lo starmi vicino
E vicino vuol dire alla giusta distanza
Quasi spiando da troppo lontano
Per te, forse, non ho scritto abbastanza

E adesso che parto e vado senza valigia
ed ogni mio verso è come un soffio di vento
Amore perdona quest’uomo da niente
che ha chiamato poesia il suo perdere tempo

E invece la vera poesia era nei tuoi sorrisi
Nelle tue mani, tra i tuoi capelli, dentro i tuoi vestiti

Ma il giusto rimpianto, quello che per forza dev’essere mio…

Mi hai amato per tutta una vita e non ti ho scritta io

Mi hai amato per tutta una vita e non ti ho scritta io

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.

Con la bocca piena

Posted on settembre 7th, 2010 in Racconti brevi e versi | 1 Comment »

Maria Estella Bocchini entrò nell’ufficio privato del Leader intorno alle ventidue.
Lui non c’era ancora, o forse era di là, in bagno. Quotidianamente il capo si iniettava sostanze “rivitalizzanti”, e non di rado integrava il suo dooping con una buona scorta di pillole blu e polvere bianca… soprattutto quando sapeva di dover incontrare una signora.
Maria Estella Bocchini pensò che quel giorno anche lei, che aveva quasi quarant’anni in meno del suo presidente, non avrebbe rifiutato un po’ di quelle medicine. Era stanca.
Quella era stata forse la giornata più importante della sua vita, il punto di partenza di una carriera che, ne era certa, da quel momento in poi non si sarebbe più fermata.
Era stato il giorno dell’insediamento del nuovo governo del Bottananga, penisola del nord africa estremo; e lei aveva da poche ore giurato nelle mani del presidente: Maria Estella Bocchini era ora il nuovo ministro della pubblica istruzione.
Il Leader, la sua guida, il suo benefattore, il suo mentore, il mecenate della sua ascesa istituzionale, l’aveva scelta personalmente. L’aveva chiamata a una nuova missione,
Finalmente ! Dopo tanti anni di gavetta politica, di rinunce, di compromessi; anni di servilismo, di cieca obbedienza. Anni di ambizione e carte false per ottenere un traguardo, per salire un gradino in più, per emergere a qualsiasi costo.
Prima la laurea in giurisprudenza ottenuta cambiando sede di esame, poi la lenta scalata di conoscenze sempre più influenti, per arrivare in alto, dove c’era lui, con il suo potere, la sua ricchezza, la sua… luminescenza.
Il segreto è non vergognarsi mai di nulla. Non dire mai di no.
Essere pronta a tutto.

Mentre recitava mentalmente il motto, il comandamento fondamentale, l’inno segreto suo e di tutti i politici appartenenti al parlamento del Bottananga, la porta secondaria dello studio si aprì e comparve, sorridente, il Leader.
- Presidente…
Impeccabile nel suo doppio petto, preciso nel maquillage, prezioso nell’atteggiamento, il Leader la accolse con un abbraccio.
- Mia cara… Congratulazioni.
Lei si lasciò stringere, si lasciò baciare sulle guance.
- Grazie, io… sono pronta, non la deluderò.
Il Leader la prese per mano e la accompagnò vicino a un sofà. Si sedette, sempre tenendole la mano. Lei gli rimase di fronte, in piedi.
Udirono provenire dai corridoi esterni uno scalpiccio di passi veloci; funzionari, giornalisti. O la scorta, pensò lei.
Dalla piazza sottostante urlò breve una sirena.
Maria Estella Bocchini gettò una fugace occhiata alla luna schiacciata contro le sbarre di una finestra, poi si voltò di nuovo e la mano di lui stringeva più forte.
- Mia cara… Mia cara… Confido molto in te. Il tuo è il compito più delicato.
Vedi, come sai, il nostro è un progetto antico, un obiettivo importante per mantenere saldi i valori su cui si poggia questo paese… Ci sono interessi enormi in gioco. Il Gran Maestro ha progettato per decenni questo passaggio, siamo a una svolta storica.
Maria Estella Bocchini tacque,
Lui si passò l’altra mano sul mento, come se stesse cercando le parole.
- In questi ultimi anni ho raccontato a questo popolo la mia favola. Ho dato alle televisioni il compito di diffonderla. Perchè questo, Maria Estella, è un popolo che crede alle favole. Ci crede, sì, però (come dice spesso il Gran Maestro) è un popolo dagli anticorpi massicci. Ha centinaia e centinaia di anni di storia, arte, cultura che lo proteggono. Possiamo dominarlo, ma mai fino in fondo. Per poterlo gestire appieno come vorremmo, dobbiamo distruggere il suo sistema immunitario, dobbiamo massacrare i suoi anticorpi e far sì che i giovani siano i primi ad assimilare la nostra favola.
In una parola, mia cara – e qui sospirò, quasi il terminare la frase fosse per lui un sacrificio – Ci vuole l’ignoranza.
Maria Estella Bocchini non disse nulla. Si inginocchiò.
- Ecco perchè tu sei il ministro più importante. Da te partirà l’opera di evangelizzazione finale. Seguendo i dettami del Gran Maestro renderemo la scuola del Bottananga un’istituzione povera di mezzi e di valori. Faremo in modo che sia in grado di forgiare, in edifici fatiscenti, una gioventù formata su ciò che già da anni nelle televisioni diffondiamo: il nulla.
Lei non parlò.
Lui le pose la mano sul capo avvicinandola a sè.
L’orologio era sulle ventitrè.
- Il nostro problema sono gli intellettuali, gli artisti, gli scienziati, gli uomini formati sullo stato di diritto e la coscienza civile. La tua riforma scolastica eliminerà alla radice questi elementi e impedirà la nascita e la crescita di nuovi oppositori. Toglieremo alla scuola le risorse, faremo in modo che ci siano pochissimi insegnanti malpagati e precari, a fronte di moltissimi studenti rincoglioniti. E creeremo disoccupazione nel corpo docente, e impediremo la ricerca scientifica… Incrementeremo la scuola privata che genererà profitti e insegnerà quello che noi vogliamo… quello che il Gran Maestro vuole…
Il Leader abbassò gli occhi per un secondo, il tempo di scorgere i capelli di Maria Estella Bocchini che si disperdevano  tra le sue ginocchia. Gemette.
- E… cresceranno… cresceranno giovani che penseranno che la vita sia quella della pubblicità… o dei reality… Giovani dalle coscienze sedate, dormienti… che non si faranno più domande… perchè a loro comunque le risposte non interesseranno…
Il Leader sospirò.
- Sei pronta… p-per questo importante compito… c-che ti attende ?
Maria Estella Bocchini di nuovo restò in silenzio.

Ma stavolta ne aveva motivo.

Non si può parlare

con la bocca piena

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.

Il Mare di Notte

Posted on luglio 12th, 2010 in Racconti brevi e versi | 1 Comment »

E senza volerlo, m’incanto
perchè anche oggi lo vedo
Lo vedo confondersi con il cielo
e non c’è più un limite all’orizzonte
Quel puntino bianco dev’essere un gabbiano che gioca con il suo riflesso
senza capire
che gioca con se stesso

E di nuovo io vedo
frammenti e scintille d’argento
L’onda colpisce lo scoglio
e mi sembra di sentire una goccia sul viso
poi scivola giù e torna indietro, mentre il buio si riacquieta
e ricade, come un pezzo di seta

E in fondo vedo ancora
barche, come luci lontane
piccole fiamme, come candele
o forse son lucciole in mezzo a quel nero
Un cane le annusa dal promontorio, poi ulula qualcosa lontano
Non capisco cosa, ma ti stringo la mano

E ti giuro, vedo la luna
che splende, come una perla
Una luna di pace e di guerra
Un buffo chiarore d’avorio
Assurda, come una monetina di pietra
Le stelle son le biglie di un bambino o fiori di uno scialle scuro
Quanti petali ha il nostro futuro ?

Ogni giorno, amore, vedo questo mare
confondersi con la notte come in un gioco di specchi
E non è un sogno, è tutto vero

Tutto qui… dipinto nei tuoi occhi

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.

Erode non deve vincere mai

Posted on giugno 10th, 2010 in Racconti brevi e versi | 1 Comment »

Avevo nove anni. L’oratorio era il mio mondo di amici e di giochi.
Misuravo il tempo in rintocchi, in tintinnii; dal lungo acuto sonaglio della campanella di scuola, al rintocco fermo e incrollabile del campanile in parrocchia.
Il mio mondo era semplice e allegro; il mondo di un bambino il cui dramma più grande poteva essere al massimo un rigore sbagliato nella partitella pomeridiana con i compagni, o un rimbrotto della mamma per aver sporcato il pantalone buono.
Un bambino beneducato e volenteroso, attento alle spiegazioni dei grandi, e sempre felice di imparare nuove cose.
Mi piaceva la scuola, ma mi piaceva ancora di più andare a dottrina. Nel mio animo di fanciullo la scuola era sì utile e importante, ma – come dire ? – un po’ troppo meccanica, a suo modo scientifica, perchè per lo più basata sul reale.
La dottrina invece era una storia meravigliosa, persa nella notte dei tempi, ma così vicina, così vera. Ascoltavo con occhi sognanti la narrazione di un mare che si apriva per far passare gli eletti e si richiudeva poi, in un’unica onda di infinita giustizia, sui malvagi e gli oppressori. Trepidavo per lo storpio che si trascinava nella polvere per toccare le vesti di Gesù, e, ogni Natale, mi innamoravo di Maria e soffrivo del suo peregrinare alla ricerca di un albergo.
Poi mi rallegravo. Perchè Erode non vinceva mai.
Don Lelio mi era simpatico. Era alto, grosso, un omone infagottato nella sua tonaca nera, mai cupo, a tratti burbero, ma sempre cordiale. Nessuno di noi bambini ne aveva paura; a parte qualche rimprovero qua e là, normale alla nostra età, per noi aveva sempre avuto buffetti e battute scherzose e non di rado aveva partecipato alle nostre partite di calcio. Passava dall’oratorio con libri o altri oggetti al braccio, magari preso in un suo impegno. Ad un tratto, così come si trovava, irrompeva in campo e cominciava a correre dietro alla palla, suscitando risa e proteste tra noi piccoli giocatori; infine, infischiandosene di punteggi, squadre e metà campo assegnate, tirava nella porta più vicina, quasi sempre mancando il bersaglio. Dopodichè, ancora con la sua sporta al braccio, salutava tutti e tornava alle sue faccende.
Oggi direi che gli volevo bene. Era buono, lo vedevo buono. Per me apparteneva alla sfera dei miei adulti: mio padre, mia madre, la nonna, la maestra… e lui, il priore.
Mi lodava sempre per l’impegno che dimostravo a dottrina. Mi indicava come esempio agli altri bambini, mi aveva dato, infine, la prima fila nel coro domenicale, con l’incarico non solo di cantare, ma anche di tenere in ordine i ciclostilati dei canti durante la funzione. Ero molto orgoglioso di questo compito e seguivo con pignoleria la messa domenicale, tenendo sempre d’occhio la scaletta dei canti, pronto a far notare la minima anomalia agli altri del coro.
Don Lelio aveva in parrocchia una sorta di suo ufficio, nell’ala della chiesa opposta all’oratorio. Noi bambini non frequentavamo quel lato dell’edificio: c’era una sacrestia, una piccola cappella e un altro paio di stanze ad uso del parroco; nulla che poi alla fine potesse interessarci davvero.
Però quando il prete un pomeriggio mi chiamò dal bordo del campetto e, presomi in disparte, mi chiese se volessi andare con lui a vedere il suo ufficio, beh, fu impossibile resistere.
Era un ulteriore privilegio che mi poneva al di sopra di tutti gli altri bambini dell’oratorio; ma soprattutto era una dimostrazione di fiducia senza precedenti. Fu lui stesso a farmelo notare.
- Dobbiamo diventare ancora più amici – disse – voglio che tu diventi il mio segretario e che mi aiuti a fare le cose che da solo a volte non riesco a fare. Tu vuoi aiutarmi ? Vuoi diventare ancora più mio amico ?
Non gli risposi. Eravamo giunti, mano nella mano, davanti alla porta del suo ufficio. Con aria seriosa feci due volte di sì col capo.
Entrammo. Notai che chiuse a chiave la porta. Poi restò fermo lì, sull’uscio, come per lasciarmi il tempo di ambientarmi.
Ed effettivamente, piano piano, io presi a guardarmi attorno.
Era un piccolo ufficio. In fondo alla stanza c’era un grosso tavolo di legno massiccio pieno di fogli, con uno scrittoio al centro. Sulla pareti laterali un armadio antico e una specie di schedario.
Passarono alcuni minuti. Don Lelio era rimasto a guardarmi mentre osservavo curioso, girando intorno alla scrivania.
- Ti piace questo posto ?
- uh-uh – risposi.
- Allora d’ora in poi questo sarà anche il tuo ufficio – si sedette alla scrivania – vieni, siediti con me – mi disse, indicandomi le sue ginocchia.
Mi lasciai aiutare dalle sue enormi braccia e mi ritrovai seduto davanti allo scrittoio, con il suo petto alle spalle.
Ero contento. Mi sentivo grande.
- Dobbiamo scrivere qualcosa ? – chiesi, sperando che la risposta fosse un sì.
- Dopo, magari – rispose Don Lelio.Mi teneva le mani sulle spalle, mi accorsi che le faceva scendere fino ai miei gomiti, poi tornava su. Mi sembrò che la velocità di questo andirivieni sulle mie braccia stesse aumentando.
- Per essere sicuro che tu mi possa aiutare – disse – ho bisogno che tu mi dia la certezza che credi in Dio e in Gesù… Tu ci credi ?
Risposi, subito, convintissimo che, sì, ci credevo.
- E alla Madonna ?
- Sì, ma ho sempre paura che Erode vinca – risposi. Poi mi venne il dubbio che non fosse una risposta convincente.
Don Lelio mi abbracciò.
- Dio è amore – disse, guardandomi fisso in volto – Il Signore desidera che ci vogliamo bene. Tu mi vuoi bene ?
- Certo – risposi.
- Allora dammi un bacio.
Mi sembrò una richiesta un po’ strana, ma non ci vidi niente di male. Volevo dimostrare a Don Lellio che volevo bene a lui e a Gesù e che ero felice di poter diventare il suo aiutante.
Mi sporsi e gli posai un piccolo bacio sulla guancia.
Lui rise, prendendomi in giro.
- E questo sarebbe un bacio ? Ma allora tu non sai come si baciano le persone che si vogliono bene !
Non mi diede il tempo di replicare. La sua bocca si incollò alla mia, mentre una delle sue mani mi premeva la nuca contro il suo volto.
Ora è difficile spiegare. Da questo momento compresi che stava accadendo qualcosa di terribile, ma non sapevo cosa, sentivo le sua lingua che frugava nella mia bocca, la saliva…mi sentii immobilizzato, non capivo cosa stesse succedendo, ma sentivo che non era niente di buono.
- Non devi dirlo a nessuno, mi raccomando – mi disse – la Madonna vuole che il fatto che mi aiuti e che scrivi su questa scrivania resti un segreto. Non devi dirlo a nessuno, nenanche a mamma e papà. Altrimenti non obbedisci alla Madonna e commetti un peccato. Tu vuoi fare peccato ?
- No.
Mi stava spogliando.
Mi girò a cavalcioni su di lui e accompagnò le mie mani fino a… Io… resistetti un po’, non capivo perchè mi faceva toccare lì e avevo paura che gli scappasse la pipì…
Mi disse che dovevo fare su e giù… così… sì…
Cominciai a percepire degli odori.
Io… in realtà cercavo di distrarmi, di non pensare, volevo solo andare via; pensai che prima avrei fatto quello che mi diceva, più presto mi avrebbe lasciato andare.
L’odore veniva dal suo petto, poi… da lì dove avevo le mani. Un odore che non avevo mai sentito… brutto… era un odore di pelle. Cominciò ad ansimare e mi spinse il capo sul suo petto. Lì l’odore era ancora più insopportabile. Pensai di avere i conati.
Poi cominciai a sentire che le mie mani si bagnavano di qualcosa… Le ritrassi subito, con un lamento… no… la pipì…
- Non è pipì… – disse lui, sorridendo in un sussurro.
Mi sollevò e mi fece mettere disteso con la pancia sulla scrivania.
Cominciai a piangere.
Non so perchè, non potevo minimamente immaginare cos’altro aveva intenzione di fare, però… era… ero ormai terrorizzato… Sentivo che stava per accadermi qualcosa di ancora più orribile…
In realtà non ero certo che quello fosse male. A me sembrava male, ma ero combattuto perchè lui lo chiamava amore e diceva che Dio ne era contento. Lui era un adulto, era il priore, mi fidavo, forse… forse mi stavo sbagliando ?
Mormorai comunque che volevo tornare a casa.
Lui mi tenne premuta la schiena con una mano. Sentì che mi frugava dietro.
Poi urlai.
Non sapevo cosa stesse facendo, sapevo solo che faceva un male enorme.
Urlai fortissimo, e piansi. E pensai che in quel posto non c’era nessuno che potesse sentirmi, ma anche che, meglio così, quello era un segreto, e non volevo fare un peccato.
Durò alcuni munuti, ricordo che le sue spinte mi facevano sbattere la tempia sul piano del tavolo… No, credo… non ricordo.
Alla fine avvertii di nuovo una senzazione di umido, di… di bagnato e… so solo che terminò, mentre io piangevo oramai in silenzio.

Il giudice fino a quel momento aveva ascoltato con la testa bassa, gli occhi chini sulle mani conserte a bordo tavolo.
- In seguito successe ancora ?
- Durò sette anni…
- Non raccontò mai nulla a nessuno ?
- No. Quel giorno Don Lelio cambiò la mia vita, cancellò la mia infanzia, la mia innocenza. Io provavo vergogna per quello che era successo e… e mi sembrava che la colpa fosse mia. Lui mi diceva che non c’era niente di male che Dio e la Madonna erano contenti e che non dovevo dirlo a nessuno…
Il giudice sospirò e guardò altrove.
- Perchè adesso ha deciso di raccontare tutto ?
- Vede, io ho un figlio. Un bambino di nove anni, e… mi somiglia molto. Quando lo guardo vedo me stesso alla sua età. Ce l’ho sempre davanti agli occhi quel me stesso bambino e… e quel bambino… quel bambino, signor giudice, mi domanda… “ma tu a tuo figlio, oggi, lo lasceresti nelle stesse condizioni, gli faresti patire quelle stesse cose ?” Oh, no, signor giudice, io gli rispondo di no, io gli dico…. gli dico che a mio figlio mai lo abbandonerei in una simile situazione ! E lui, il mio io-bambino, mi dice “allora perchè hai lasciato che succedesse a me ? Non ero anch’io un bambino di nove anni, come tuo figlio ?”.
Quel bambino mi chiede di essere riscattato, signor giudice, chiede di avere la giustizia che non ha mai avuto…
Il giudice strinse le labbra e si mise a riordinare le carte in un fascicolo.
- Lei lo sa, vero ? – disse, sollevando lo sguardo dai fogli – Lei lo sa che essendo Don Lelio un prete alla fine non riusciremo ad ottenere per lui neanche un giorno di galera…
- No, non è questo… è… è che… Bisogna che si venga a sapere… La gente, i fedeli, gli altri preti… Ci sono altri bambini…
- Lei è un uomo coraggioso – concluse il giudice porgendogli la penna perchè firmasse la deposizione – Dopo quello che le è successo crede ancora in Dio ?
- Io… sì, ci credo ancora. E anche in Gesù e nella Madonna. Solo mi è rimasta quella paura di allora, che Erode possa vincere… Con me tanti anni fa ha vinto, ma…
Ma Erode non deve vincere mai.

Erode

non dovrà vincere

mai più

©Thomas Pistoia

Questo brano è dedicato a Mariangela Accordi e al suo immenso coraggio.

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La Vera Storia di Padre Pino

Posted on maggio 22nd, 2010 in Racconti brevi e versi | 1 Comment »

- Sono stanco…
Una luna a barattolo farà capolino da dietro le tende, ad un soffio di vento. Brezza leggera e suadente di fine estate, passeggera.
Il cranio canuto, spelato – papalina buffa e severa di uomo di chiesa ormai bianco nel pelo – si adagerà sul cuscino…
La verità.
La verità è che Padre Pino è finito, ma non è mai cominciato e non è vero, non è vero che è santo.
Tanti anni fa un uomo politico audace e bastardo ebbe l’idea: siamo piccoli, siam di provincia, agricoltori, economia a gravar su se stessa! Facciamo turismo!
E mi proposero…
Lei non la conosce nessuno… Lei viene da fuori…
E fu facile convincere un povero figlio di poveri.
Per cominciare è sufficiente fingere un segno…
E c’era, quella sera, l’ambiente più adatto, l’altare addobbato, il Sangue di Cristo nel centro, un gran crocefisso… Finita la messa… Chiamarono esperti sapienti.
Effetti da cinema! Dissero.

Sangue finto. Ferite truccate.
STIGMATE! STIGMATE! I frati… Padre Pino ha le stigmate!
E corruppero di vile denaro, medici e preti, alti prelati… Lasciateci fare e questo paese, San Giovanni Al Quadrato, sarà una nuova metropoli… Qui non c’è mare e montagna, ma la fede sarà l’attrattiva! Padre Pino il santo, il beato, la guida…
Bastava, ogni giorno, dipinger di sangue le mani ed i piedi, fasciarle, finger dolore… Il resto lo avrebbero fatto da loro… la gente.
Povera gente, fedele e assassina ad uccider se stessa! Venivano in tanti… Padre, mio figlio, mia moglie, mio padre… Non piangere uomo, sia fatta la volontà del Signore…
Pregavo davvero, pregavo ugualmente. Ero un frate comunque, il mio mestiere era quello…
E’ ora di finger ostilità della chiesa! Tre mesi in un altro convento ad attender scomunica, poi…
E mi offrivano altro.

Che complotto perfetto!
Ogni tanto ci vuole un miracolo! Dissero. E come? Effetti da cinema, è chiaro… unger le ruote, pagando il silenzio…
E il paese ben presto divenne questione: è santo davvero… è tutta una finta… parla con Dio.
Ero stanco già allora, messe ogni giorno e centinaia d’astanti, visite attente di uomini in vista. Potenti… in ginocchio ai miei piedi.
Fioriva il commercio: immagini, foto, rosari e magliette! La gente, da ovunque, veniva a pregare…
E il grande ricatto alla fine fu mio: mi avete costretto a ingannar la plebaglia, il povero, il debole… Se volete che taccia, uccidetelo, questo povero frate… Oppure pagate, ma pagate diverso… Costruite dal nulla l’ospedale del santo. In fondo, sani o malati, saran sempre turisti!
Casa Rifugio del Povero Cristo…

Ma ho peccato comunque, Signore. Ho peccato lo stesso perché ho usato il Tuo Nome.
Perdono per me non ne hai, non ne ho. Dio non sa perdonare se stesso.
E adesso che sono ad un passo… Ad un passo da te. Fuori c’è gente che prega, che piange, ti dice “lascialo stare, lascialo a noi!” e anche sapesse la verità, forse, direbbe lo stesso!
Non li ascoltare e portami via… I poveri e i deboli credono in questo. Ed è giusto, sbagliato, uguale, se la penna, nel mondo, sa far più della zappa; da’ loro una penna, allora! Da’ loro una penna, piuttosto! E, se davvero ci sei, insegna ad usarla… Cosicché Padre Pino non ne vengano più, neanche a fare ospedali!
Con la penna, la gente, saprà farli da sola…

La luna a barattolo fuggirà via furtiva. Il vero miracolo, adesso…
Sarà il sorger del sole.

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.

Riferimento casuale

Posted on aprile 25th, 2010 in Racconti brevi e versi | 1 Comment »

Scoprì che lei aveva un nome strano.
Se n’era innamorato in un millesimo di secondo.
Entrando in mensa il suo sguardo, come telecomandato, si era posato su quel tavolo, e da lì non si era più mosso.
Per fortuna era sola e, benchè avesse mostrato da subito di non avere alcuna voglia di stare in compagnia, lui riuscì ugualmente a sedersi lì, di fronte a lei.
Piacere io sono… E tu come ti chiami ?
Un nome dolce, quasi un vezzeggiativo, ma certamente unico, legato a chissà quale misterioso ricordo d’amore dei suoi genitori; o magari… magari frutto solo di un garbato pensiero fantastico, nato per caso, in una notte d’inverno, tra le loro lenzuola.
Non volle approfondire, gli piacque perdersi in quel sapore di non detto che quel nome gli procurava; smarrì ogni strada negli  occhi neri e puliti di lei, a loro modo tristi e sognanti.
Cominciò a parlare. Tranquillamente, semplicemente. Non sapeva perchè, ma si sentiva già diverso, perchè l’amore quando nasce cambia le persone. E cambia i luoghi.
Non era più la mensa universitaria, quella. No.
Era già il mare – di notte – e luci, e lampare, e fili invisibili che scendono dalle stelle e si posano sul filo delle onde, e mani che si arrampicano a cercare un cielo diverso.
Non poteva fare a meno di guardarla, non poteva.
Sul palmo della sua mano le avrebbe lasciato pesare un sorriso, le avrebbe lasciato contare a piccole gocce i giorni che forse avevano davanti; forse le avrebbe insegnato a suonare piano, ogni sera, fili d’erba rubati al tappeto di un prato.
Parlò dei suoi studi di ingegnneria-nonsocosa, alambiccò dei suoi gusti e millantò dei suoi sogni; inventò strade di quella città che non esistevano, ma garantì che lui, più di una volta, ci era passato.
Lei… Lei, stava ancora un po’ sul chi vive, anche se ora la compagnia non le sembrava più così spiacevole.
Erano entrambi a un bivio. A quell’età basta una parola, una distrazione e non ci si rivede mai più.
Anche lei cominciò a raccontarsi, ovattando le parole in un raggio di neon, lentamente, che non si perdessero.
Forse ne valeva la pena. Forse.
Lui le stava porgendo uno di quei fili invisibili sul pelo dell’acqua, perchè lei potesse aggrapparsi a una stella e tenerla poi lì, in una mano, come fosse un palloncino nel cielo.
Dopo, di queste cose si ride. Nei casi più tristi si piange.
Perchè l’amore nasce nel miracolo di giovani sguardi, ma non sempre sopravvive agli anni e ai ricordi. A volte si trascina in giorni sempre uguali, o si abbandona alla corrente della noia. O finisce comunque, semplicemente, per l’ovvio motivo che qualsiasi cosa a questo mondo ha un inizio e una fine.
Lui, d’improvviso, prese la sua arancia dal vassoio e gliela porse, come se le stesse offrendo chissà che.
- La vuoi ? – le chiese.
Lei lo squadrò divertita e indicò col dito il proprio vassoio.
- Ce l’ho anch’io un’arancia, vedi ?
Lui guardò il frutto che teneva ancora nella sua mano e rispose con voce diversa, più seria:
- Sì, però io… Io te la sbuccio.
Poi sorrise.
E senza aspettare risposta iniziò a incidere quella sua promessa. A spicchi regolari.
Con la punta del coltello.

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.