Edoardo Winspeare, a dispetto del suo cognome, non è straniero. E’ italiano, anzi salentino, di quella parte della Puglia che accompagna la nostra penisola tra spiagge e scogliere fino all’incontro tra il Mar Jonio e l’Adriatico, sul Capo Santa Maria di Leuca.
Il Salento è la terra che Winspeare, salito da qualche anno alla ribalta del cinema italiano d’autore, ama raccontare in tutta la sua complessità di storia, costumi e tradizioni popolari. E’ l’angolo di mondo dove nascono la “pizzica” e la “taranta”, danze dalle origini a metà tra cristiano e pagano; è quel pezzo di “tacco” del nostro stivale che per decenni è rimasto ignorato, o conosciuto soltanto come meta dei gommoni dei trafficanti di uomini.
Con i lungometraggi “Pizzicata”, “Sangue Vivo” (quest’ultimo recitato interamente in dialetto salentino) e “Il Miracolo”, Winspeare ha conquistato negli ultimi anni il pubblico italiano e straniero, mietendo consensi in svariati festival nazionali e internazionali, raccontando tra sogno e speranza la sua gente e le nuove parole, colori, suoni che riempiono questo mondo ancora tutto da scoprire.
Lo abbiamo intervistato, curiosi di saperne di più sulla sua voglia di raccontare il sud e il Salento.

Cosa significa per te raccontare? Quando hai deciso che questo sarebbe stato il tuo mestiere?

Raccontare è una forma di trasmissione delle emozioni. Amo raccontare le tradizioni che partono da radici lontane. Nel mio caso le origini sono nella tragedia greca, nella tradizione ottocentesca, nel vecchio cinema.
Ho cominciato a 15-16 anni con una piccola cinepresa. Inizialmente i miei lavori sono stati di gusto antropologico-documentaristico; intervistavo gli emigranti, i contadini, gli ex-tossicodipendenti. Poi ho frequentato la scuola di cinema.
Sono proprio queste prime esperienze che mi hanno abituato a raccontare partendo dalla realtà, come faccio oggi nei film.

Ci sono degli autori, degli artisti, che reputi siano stati importanti per la tua formazione artistica e professionale?
I miei padri spirituali sono stati tanti, in tutti i campi: Vittorio Bodini, Truffaut, Jack London, Melville, Tolstoj, Dostovieskij, Paco De Lucia, Astor Piazzolla, Borges, Marguerite Yourcenar, Marlon Brando, Mastroianni, De Sica. Insomma, gli archetipi.
Il filo che unisce tutti questi personaggi è la loro forte attenzione per la realtà: non solo la realtà ambientale, ma quella dei sentimenti puri, veri, semplici.
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Sin dall’inizio con “Pizzicata” e “Sangue Vivo” hai scelto di raccontare il Salento e la sua cultura. Perché?

Innanzitutto si tratta di un fatto pratico. Se voglio partire dalla realtà sono obbligato in un certo senso a considerare per prima quella in cui vivo io. Considero il Salento una delle poche terre che hanno ancora un’anima, una dimensione vergine in cui convivono e si sovrappongono alta e bassa cultura.
Il Salento è vitale, interessante, nella sua gente c’è presa di coscienza di cosa significhi essere salentini rispetto al mondo. Tutto ciò è molto stimolante.
Ma c’è anche un altro motivo: io amo il Salento e i sentimenti non si possono spiegare. Il Salento è un fuoco, uno spirito, un amore che ho dentro.

Poi hai girato “Il Miracolo” con un’ambientazione meno specificamente salentina e più orientata al sud, al meridione in generale. Si tratta di un allargamento di prospettiva?

Il film è ambientato fuori dal Salento, a Taranto, in un contesto diverso.
Volevo raccontare una città con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni, volevo descrivere un sud che sta perdendo l’anima. Lecce non mi permetteva un’ambientazione di questo genere. La borghesia tarantina si prestava meglio alla descrizione di questo nostro diventare tutti uguali, vittime delle stesse nevrosi a New York come a Taranto.
L’errore di dare un senso alle cose in termini di denaro è comune a tutti. Stiamo rischiando davvero di diventare tutti uguali; per evitare questo dobbiamo recuperare i nostri valori mediterranei, riprendere coscienza della nostra storia e delle nostre tradizioni.
Nel film, il miracolo è quello compiuto dal bambino protagonista, che riesce a far capire che nella vita esistono altre cose più importanti dei soldi e dei nostri interessi personali. Ad esempio l’amore.

Il Salento ha conosciuto negli ultimi anni un’improvvisa notorietà. Come spieghi questo repentino passaggio dall’oblio alla cultura di massa?

Tutto è partito dalla musica. La musica è un richiamo forte. Penso ai Sud Sound System e alla Pizzica. La cultura popolare è fatta dalla gente, è la gente stessa che la diffonde molto rapidamente. C’è poi da considerare che il Salento ha avuto una forte rilancio anche in ambito turistico e questo ha aiutato molto.
Inoltre in Italia dobbiamo imparare a capire che l’amministrazione siamo noi.
Diciamo che nel Salento la classe politica ha recepito il messaggio che gli artisti nei vari campi stavano mandando. E ha collaborato.

Il tuo successo insieme a quelli recenti di altri registi pugliesi, non rischia di indurre a cavalcare la tigre della cultura meridionale provocando così la nascita di uno stereotipo del sud?

La qualità delle opere si alzerà e si abbasserà nel tempo. Tutto sta nel saper essere critici, nel partire dal presupposto del non saper fare e nell’aver voglia di lavorare insieme.
La Puglia e i suoi paesi sono un immenso microcosmo per cui è difficile cadere nello stereotipo. Su Depressa, il mio paese, potrei scrivere decine di film, uno per ogni sua realtà o personaggio che stimola la mia attenzione. Per riuscire a raccontare sempre cose nuove è fondamentale stare tra le persone, parlare con tutti, pensando che questo può servire anche ad aprire le menti, combattere la paura e infondere coraggio.
Del resto in generale, il cinema italiano attraversa un periodo di decadenza, anche se sta facendo delle cose interessanti. La questione secondo me, sta nel fatto che dobbiamo ricominciare a guardare all’Italia come a un paese fatto di popoli. E nel cinema questo qualcuno lo sta facendo.

Il tuo rapporto con la tv e con internet: servono al cinema?

Sì, entrambi, purchè si possa recuperare il senso delle cose. In relazione a questo la televisione mi lascia perplesso. Anch’essa è fatta di immagini, ma ogni immagine deve avere un senso. Prima di utilizzarla dobbiamo chiederci cosa vogliamo raccontare, perché la vogliamo utilizzare. La televisione spesso per ragioni di palinsesto sfugge a questa regola ed eccede, svalutando ciò che propone e creando una percezione distraente della realtà.

Nella divulgazione di film come il tuo quanto peso hanno le case produttrici e la grande distribuzione?

Fare film come i miei, popolari, in dialetto, è più difficile. Sono diversi.
Comunque posso dire solo che per me non è un problema: voglio fare questi film e li faccio.

Nello stesso modo ti impegni a promuovere il progetto “Coppula Tisa”…

Si tratta di una campagna per la riconquista del paesaggio (www.coppulatisa.it), di un desiderio di ripristinare la bellezza e la sua percezione, ricercandole non solo nell’ambito strettamente ambientale ma anche in quello comportamentale e morale. Il Salento è una delle terre più armoniose del mondo, salvaguardare il suo paesaggio significa salvaguardarne l’anima. Per questo acquistiamo costruzioni cadenti e diroccate e le ristrutturiamo per poi donarle ai comuni.

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