Visto da dentro

E’ inutile.
Tu mi abbracci, mi parli con dolcezza, mi accarezzi. Ma i tuoi tentativi di far tornare tutto come prima sono vani, se non addirittura folli.
E’ come se il mondo si fosse capovolto all’improvviso e tu pretendessi, così – da solo – di raddrizzarlo.
Non capisci che è tutto finito?
No – come sono stupida! – per quanti sforzi tu possa fare non potrai mai comprendere, e forse non è nemmeno colpa tua…
Sì, forse è soltanto questa diversità nei nostri corpi e nelle nostre menti che non ti rende possibile cogliere pienamente il dolore che ho provato e che ancora provo…
Io donna, tu uomo; dovremmo sentirci vicini uno all’altra, e a volte, in passato, ci siamo illusi di esserlo veramente: ma adesso capisco, adesso vedo quello che tu non riesci a vedere e percepisco finalmente l’enorme distanza che ci divide, in tempo, in spazio, in amore… Lo stesso abisso che separa qualsiasi altra donna dal suo uomo; l’impetuoso turbine di idee e sentimenti in cui l’universo maschile e quello femminile si sfiorano senza mai riuscire a toccarsi.
Allora pensi ancora di poter consolare le mie lacrime?
Come puoi farlo se appartieni ad un altro mondo?
Tu sei forte, io no.
Tuo padre non ti ha mai picchiata perché sei tornata a casa tardi e chissà con chi sei stata.
Tua madre non ti ha mai insegnato che la verginità va conservata fino al giorno del tuo matrimonio.
Tu non ti sei mai dovuto rendere conto che certi occhi, alcuni appartenenti anche ai tuoi familiari, non ti guardavano se non come corpo.
Infine… Tu non hai mai dovuto scopare perché costretta da altri a farlo.

Scopare

Fino a qualche tempo fa dicevo “far l’amore”, ora non ci riesco più. Mi sono resa conto che in fondo anche con te, che sei l’uomo che amo, ho soltanto scopato…
No, non offenderti, anche in questo caso non è colpa tua… E’ proprio l’atto in se stesso, capisci?
Sei tu che entri, non io.
Sei tu che ti muovi dentro, non io.
Scopi, mi pulisci, forse è per questo che si utilizza questo vocabolo; uno dei tanti modi con cui si vorrebbe dimostrare l’inetta superiorità dell’uomo sulla donna…
Deliro? Sì, forse sì.
Forse è così.
Ma ora, amore mio, io non so più fare l’amore. Ora faccio fatica a chiamarti amore, perché sei un uomo, e piango perché lo sei, piango perché non è colpa tua, piango perché non riesco a dimenticare…
Ecco, mi basta chiudere gli occhi e tutto accade di nuovo, come in un incubo tremendamente reale… Come in un film che scorre e finisce sul video soltanto per poter ricominciare di nuovo…

Mi vedo, è sera tardi, sto tornando a casa dal lavoro. Ho perso il bus, ma non è un problema, non ho paura di camminare da sola e comunque ci sono ancora persone e macchine per la strada.
Un auto bianca, lunga, si accosta al marciapiede, dentro ci sono tre uomini. Mi chiamano. Prima fischiando, poi con le parole.
– Ehi, bella fica, perché non vieni a fare un giretto con noi?
Fingo di non aver sentito, forse sono ubriachi, ma non ho paura, non è la prima volta che mi capita, ci sono abituata; né mi offendo per l’appellativo con cui mi hanno definita.
“Bella fica”; per loro non sono una donna, un essere umano, ma una fica, uno strumento per provare piacere…

Anche a te è capitato, vero uomo?
Anche tu, guardando qualche ragazza per la strada, non hai potuto fare a meno di chiamarla così… E smettila di dirmi di non piangere, cristosanto! Fammi andare avanti, voglio continuare!

Uno di loro scende dall’auto, mi segue, mentre gli altri due tracciano il mio stesso percorso sull’auto.
Ora comincio ad avere paura.
Altri veicoli sfrecciano sulla strada, i passanti si fan sempre più rari.
Accelero il passo, quello dietro accelera anche lui. Aumento ancora e lui insiste, ma quando sto per mettermi a gridare in cerca di aiuto, una delle sue mani mi strattona un braccio, l’altra mi tappa la bocca spingendomi nello stesso tempo nell’auto.
Cerco di dibattermi, ma un pugno nello stomaco mi soffoca… Sono sul sedile posteriore della macchina, quello che mi ha preso mi tiene per i capelli e mi parla nell’orecchio, mentre gli altri due, davanti, sghignazzano.
– Sta’ tranquilla, vogliamo solo divertirci un po’ con te, poi ti lasceremo andare…
Fuori nessuno si è accorto di niente. Sono sola con questi tre porci che ridono.
– Lasciatemi – e comincio ad urlare: è un urlo quasi inumano, cieco di terrore, ma dura pochi secondi, il tempo che un altro pugno mi raggiunga al viso. Quando mi riprendo dallo stordimento, sento le mani di quello che mi sta accanto che mi frugano tra le gambe, cerco di allontanarle, mi fanno schifo, paura, ribrezzo…
Dico “Vi prego, nella borsetta ho del denaro, prendetevelo, ma lasciatemi andare!”.
Altre risa bestiali e insulti sono la loro risposta.
All’improvviso la bocca di uno di loro (non ricordo quale, forse quello accanto al posto di guida) si incolla alle mie labbra… Il terrore cresce e il senso di schifo straripa, mentre la sua lingua scava tra i miei denti.
Buffo! Mi sorprendo a pensare alla gelosia che proveresti tu a vedermi baciata da un altro, poi a come mi sentirei sicura se il mio uomo fosse qui a difendermi.
Botte.
Secche. Sui fianchi, sul petto, sul capo.
Le mie resistenze si affievoliscono e il mio aguzzino riesce a baciarmi.
Intanto la macchina si ferma, hanno guidato molto veloce.
Siamo in aperta campagna, un luogo buio e isolato, comprendo – ancora intontita dai pugni – solo questo. Mi gettano a terra, poi un altro ceffone e mi aprono le gambe, le loro facce si confondono, ma ora per me, che siano uno, tre o cinquanta non fa più differenza… Se potevo avere qualche dubbio, adesso non ce l’ho più: mi violenteranno.
I miei vestiti vanno in brandelli e uno di loro comincia a baciarmi il seno con foga, con… con avidità.
Che… Che schifo! Piango, sì, sto piangendo, piango! Ma senza singhiozzi, così, muta, Una lacrima dietro l’altra.

No, non basta! Fammi finire, anche tu devi sapere, anche tu devi sapere! Devi capire quello che ho provato quando… quando ho sentito la sua mano nei miei slip, le sue dita nella mia… nella mia… fica! Sì, la voglio chiamare così: fica!
E’ così che la chiamate voi, no?

FICA!
FICA!
FICA!

Lasciami, fammi continuare! Non mi toccare!

Poi… Poi mi strappa gli slip e si sbottona i pantaloni… ed eccolo! Lo vedo. Lui.
Duro, eretto. Sembra quasi che rida beffardo della sua vittoria.

E dire che ho amato tanto il tuo! L’ho accarezzato, baciato, l’ho accolto dentro di me con tutto l’amore che mi è stato possibile. Perché ho amato, capisci? E’ stato l’amore che provo per te a farmi desiderare il tuo corpo… L’amore.
Ma quello – e adesso rido, vedi? Rido della sua meschinità – quello non voleva amore, quello rideva di me, della mia impotenza.
E lui me lo strofinava tra le cosce, come a voler prolungare ancora più a lungo la mia agonia.

Poi, finalmente… finalmente fa quello che vuole e i suoi amici ridono e si masturbano…
Mi… DIO!… Mi infila il suo pene… dentro!
E mentre comincia a sbattermi, mi chiama troia, puttana e non so che altro. Mi dice che devo dirgli che mi piace, che devo urlare che mi piace!

E adesso? Adesso come faccio a spiegartelo? Come faccio a dirti che quel porco mi ha uccisa, che col suo… cazzo! E’ entrato non nel mio corpo, ma nella mia anima e l’ha pugnalata a morte?

Lo sento dentro di me che batte e geme di piacere, mentre mi stringe i polsi.
Mi… Mi fa male dentro, mi sta scopando a sangue, mi fa male! Mi chiede se godo, ma non capisce che i miei mugolii sono causati dal dolore.
Mi dice che sono bona, che gli piaccio, che gli piace il mio culone sodo.
Piango, stavolta singhiozzando.
Lui, dentro, continua a bucarmi l’anima, ancora, più forte, più veloce… Mi bacia in bocca, mi stringe, mi chiama amore, ridendo. Finge per sfregio di essere un marito o un fidanzato, per farmi più male.
Poi mi costringe a girarmi e urla che ora mi spacca il culo…


E lo fa davvero.

Sta’ zitto, non m’importa del dolore che provo nel ricordare, la verità è che tu ti vergogni!

Adesso lo sento dietro, mi sta gettando dentro la sua merda bianca e appiccicosa. Il suo pene pulsa e lui ora è contento, perché mi ha sottomesso a tutti i suoi voleri, alla sua perversione.
Non provo dolore. Ormai sono sotto choc.
Con gli altri due la storia si ripete più o meno uguale. Per ore.

Lasciami piangere, ti prego, lasciami piangere!
Perché adesso che importa quanti anni di galera faranno e se li faranno? I cocci della mia anima sono qui, dentro di me, e non li potrai mai più raccogliere o ricomporre!
Non… Non riesco più a toccarti, a baciarti, a farmi toccare o baciare da te…
Sai qual è la verità?
Il turbinìo degli universi non cesserà mai, finché gli uomini non capiranno che quella che chiamano “fica”, per le donne è come un secondo cuore…
Sì, lo so che mi ami e ti amo anch’io, ma non puoi più raddrizzare il mio mondo.
Se proprio ci vuoi provare, per favore…

Stammi vicino
Stammi vicino
Stammi vicino
Stammi vicino
Stammi vicino

Thomas Pistoia

Sindrome

Sui capelli brizzolati che gli erano superstiti lungo le tempie e parte della nuca si gonfiava a tratti una vaporosità lanosa, quasi pecorina. Effetto di lavaggi troppo accurati, forse; c’era comunque nello specchio d’acqua della sua papalina la consapevolezza angosciosa del naufragio, il miraggio lontano di quei pochi ciuffi ribelli alla calvizie, ultimi baluardi della resistenza, ultimi eroici atolli di una rivoluzione senza speranza.
Mani grandi e poco pelose navigavano, a volte, in quel paesaggio oceanico e desolante che era la sua nuca, quando, con gesto di disperazione, raccoglieva il suo capo in un abbraccio tremolante, pavido, rassegnato, e pensieri, pensieri maligni, acidi e dissacranti… gli sembrava, tra quelle polpose sue dita, di poterli raccogliere…

– Ho voglia di qualcosa – diceva a se stesso, e cercava, cercava, cercava…
Sigarette ?
Non fumava.
Birra ?
Non beveva !
Un cibo particolare ! Chessò… un … un… un purè !
Cioccolata ? Melone ? Costoletta di maiale circondata da fagiolini novelli ? Funghirisobollitospaghettiallamatriciana ?
No.
Donne ?
Neanche, perdio !
Voglia di uscire, di andare, di provare e riprovare, voglia di parlare con qualcuno foss’anche un rappresentante di aspirapolveri !
Ma no, no, non era neanche questo !
– E’ che… a volte si hanno desideri così inconsci, profondi, intimi – diceva – che alla fine non si riesce nemmeno a capire cosa siano !
Voglia di conoscere le proprie voglie, allora ! Voglia di sapere che cosa sei, cos’hai veramente dentro, dentro nel tuo interno !
Forse.
Fermò un tizio, lì, per la strada, e gli chiese una sigaretta; entrò in un bar e ordinò una birra; in un ristorante mangiò purè e riso bollito. Fermò una donna, una bella donna, le chiese, così, semplicemente, con lo sguardo tenero e furbino del bimbo che prega suo padre (mi porti alle giostre ?). Le chiese…
Maleducatoporcopervertitochiamoivigili ! Fu la risposta.
Pazienza. Tanto non ne aveva voglia, non aveva voglia di nulla che sapesse.

Osservò da un cavalcavia toccata e fuga  di un treno, poi…
Si accorse di avere una scarpa slacciata.
Maledisse la sua solitudine.

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.

Riferimento casuale

Scoprì che lei aveva un nome strano.
Se n’era innamorato in un millesimo di secondo.
Entrando in mensa il suo sguardo, come telecomandato, si era posato su quel tavolo, e da lì non si era più mosso.
Per fortuna era sola e, benchè avesse mostrato da subito di non avere alcuna voglia di stare in compagnia, lui riuscì ugualmente a sedersi lì, di fronte a lei.
Piacere io sono… E tu come ti chiami ?
Un nome dolce, quasi un vezzeggiativo, ma certamente unico, legato a chissà quale misterioso ricordo d’amore dei suoi genitori; o magari… magari frutto solo di un garbato pensiero fantastico, nato per caso, in una notte d’inverno, tra le loro lenzuola.
Non volle approfondire, gli piacque perdersi in quel sapore di non detto che quel nome gli procurava; smarrì ogni strada negli  occhi neri e puliti di lei, a loro modo tristi e sognanti.
Cominciò a parlare. Tranquillamente, semplicemente. Non sapeva perchè, ma si sentiva già diverso, perchè l’amore quando nasce cambia le persone. E cambia i luoghi.
Non era più la mensa universitaria, quella. No.
Era già il mare – di notte – e luci, e lampare, e fili invisibili che scendono dalle stelle e si posano sul filo delle onde, e mani che si arrampicano a cercare un cielo diverso.
Non poteva fare a meno di guardarla, non poteva.
Sul palmo della sua mano le avrebbe lasciato pesare un sorriso, le avrebbe lasciato contare a piccole gocce i giorni che forse avevano davanti; forse le avrebbe insegnato a suonare piano, ogni sera, fili d’erba rubati al tappeto di un prato.
Parlò dei suoi studi di ingegnneria-nonsocosa, alambiccò dei suoi gusti e millantò dei suoi sogni; inventò strade di quella città che non esistevano, ma garantì che lui, più di una volta, ci era passato.
Lei… Lei, stava ancora un po’ sul chi vive, anche se ora la compagnia non le sembrava più così spiacevole.
Erano entrambi a un bivio. A quell’età basta una parola, una distrazione e non ci si rivede mai più.
Anche lei cominciò a raccontarsi, ovattando le parole in un raggio di neon, lentamente, che non si perdessero.
Forse ne valeva la pena. Forse.
Lui le stava porgendo uno di quei fili invisibili sul pelo dell’acqua, perchè lei potesse aggrapparsi a una stella e tenerla poi lì, in una mano, come fosse un palloncino nel cielo.
Dopo, di queste cose si ride. Nei casi più tristi si piange.
Perchè l’amore nasce nel miracolo di giovani sguardi, ma non sempre sopravvive agli anni e ai ricordi. A volte si trascina in giorni sempre uguali, o si abbandona alla corrente della noia. O finisce comunque, semplicemente, per l’ovvio motivo che qualsiasi cosa a questo mondo ha un inizio e una fine.
Lui, d’improvviso, prese la sua arancia dal vassoio e gliela porse, come se le stesse offrendo chissà che.
– La vuoi ? – le chiese.
Lei lo squadrò divertita e indicò col dito il proprio vassoio.
– Ce l’ho anch’io un’arancia, vedi ?
Lui guardò il frutto che teneva ancora nella sua mano e rispose con voce diversa, più seria:
– Sì, però io… Io te la sbuccio.
Poi sorrise.
E senza aspettare risposta iniziò a incidere quella sua promessa. A spicchi regolari.
Con la punta del coltello.

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.

Destinazione Altrove

Il borsone era vuoto.
Vuoto, sì, non c’erano neanche due calzini spaiati.
Era già la terza volta che ci guardava dentro, ficcando la testa nel buio della finta pelle di coccodrillo; nauseante quell’odore di animale morto!
Aveva toccato con la punta del naso il fondo, rovistando all’interno di ogni fessura, ispezionando ovunque vedesse un bottone, una cerniera, un qualsiasi buco.
Nulla.

Ma era poi davvero suo quel borsone? E se sì, così, vuoto, a che gli serviva?
Si rese conto che, oltre al suo bagaglio, aveva qualcos’altro che era, forse, ancora più profondo.
La mente.
La sua mente era pulita, linda, come se qualcuno vi fosse passato dentro portando con sé un’impresa di pulizie.
Neanche un ricordo, se non quelli strettamente necessari.
– Mi chiamo Palmiro Bentivoglio, ho quarantacinque anni, scapolo, abito in Piazza Leopardi al numero centodue interno tre, faccio l’impiegato, segni particolari un atollo di nei sulla natica destra…
Poi… sì, altra cosa. Ricordava l’esatto ammontare del suo conto in banca, il nome di sua madre, il nome del portiere del suo palazzo (Gino), il tipo d’auto che possedeva e persino il numero della targa!
Ma cosa stesse a fare lì, seduto nella sala d’aspetto di una stazione di chissà quale città, con una borsa vuota in finta pelle di coccodrillo dal metilico puzzo di carogna lasciata a marcire al sole, no, questo proprio non lo sapeva, né riusciva a ricordarselo.
Si frugò nelle tasche.
Documenti, qualche soldo, sigarette, accendino, penna stilografica e un fazzoletto già abbondantemente smoccolato (chiare le macchie giallognole in più punti)…
Nient’altro, però, che potesse spiegargli perché si trovasse lì.
La sala d’aspetto era molto trafficata. Andavano e venivano uomini, donne, bambini, cani; nessuno però che si fermasse, come lui, ad aspettare.
Tutte le sedie, tranne la sua, erano… libere (non volle pensare “vuote”, questo vocabolo cominciava a dargli i brividi).
Alla sua destra c’era la macchinetta del caffè. Pensò che forse bere qualcosa di caldo sarebbe servito a calmarlo e lo avrebbe aiutato a riflettere.
Inserì le due monete necessarie, ma l’apparecchio, quasi a volerlo prendere in giro, gli rispose facendo lampeggiare la luce rossa accanto alla parola

VUOTO

E gli restituì (almeno) il suo denaro.
Con fare inconsulto prese la borsa e, borbottando imprecazioni irripetibili (soprattutto verso il bagaglio, che non capiva perché se lo stesse portando dietro, vuoto com’era), si diresse verso l’uscita.
Sì, via! Via, via di qui!
Non ricordava dove si trovasse, né perché fosse lì, ma era stufo di aspettare e tremare all’idea di aver perso la memoria e di vagare da chissà quanto tempo da un luogo all’altro come un barbone!
E se… Dio! Se fosse addirittura diventato pazzo? Se fosse in fuga da qualche manicomio?
No, via,via! Via da qui!
Ma, proprio all’uscita, alcune persone lo bloccarono.
– Palmiro!
– Ehi, Palmiro!
– Ma… dove vai?
– Muoviti, che tra poco parte! Dove stai andando?

Sconosciuti.

Erano tutti dei perfetti sconosciuti.
Li guardava in faccia, li scrutava da capo a piedi, e loro
– Palmiro! Palmiro! Dài, Palmiro!
Non li aveva mai visti prima.
Una terrificante carezza gli percorse la schiena e gli sembrò curvasse giù, fin dentro ai testicoli; pazzo, era diventato pazzo! Peggio! Un mentecatto, uno smemorato, un arteriosclerotico!
Abbassò il capo, premendosi una tempia con la mano. Sudava, e quelli
– Palmiro, tutto bene? Ehi, Palmiro!
– S-sì, tutto bene… io… sono un po’ stanco, ecco…
E pacche sulle spalle, amichevoli buffetti, mani sotto le braccia…
– Ma sì, dài che non è nulla, ti riposerai in treno, il viaggio è lungo, ma vedrai, dormendo arriverai che ti sembrerà di essere appena partito!
Arrivare?
Partire?
Ma dove, ma chi, ma perché?
Insomma, che diavolo gli succedeva?
Si sentì quasi mancare, ma si riprese subito facendo leva sulla forza di volontà: non poteva cedere adesso!
Doveva mantenersi calmo, cercare di capire!
Poi venne lei.
Una donna bellissima, bionda, con la divisa delle ferrovie di stato.
La sua voce calda, leggera, carezzevole, lo chiamò.
– Signor Bentivoglio?
Ipnotizzato da tanta bellezza, lui riuscì solo a balbettare:
– S-sì?
– Forza, la stanno aspettando, il treno è in partenza! Eccole il biglietto.
Ah, finalmente! Il biglietto! Sì, dal biglietto avrebbe potuto capire dove fosse diretto e magari cogliere anche un indizio che lo aiutasse a ricordare perché fosse lì!
Lo prese con tanta foga – stringendolo quasi temesse che qualcuno glielo potesse rubare – che lo stropicciò riducendolo ad una cartaccia.
Ma chi se ne frega! Io voglio leggere la destinazione, io…

VUOTO

Sul biglietto non c’era scritto nulla.
Ma già lo accompagnavano, tutti, tutti i presenti, adesso, tutti i passanti, uomini, donne , bambini, cani, erano tutti lì che lo salutavano, lo baciavano, e giù pacche sulle spalle.

Lo spingevano.

Lui, inebetito, terrorizzato, li guardava in viso, tentava di rispondere ad un saluto, ma già ne giungevano altri dieci, tra baci e strette di mano.
Il treno, grigio, era lì che lo attendeva.
Nessuna indicazione sulla fiancata e, ai finestrini… nessuno.
Il treno (no, non voglio più dirla quella parola, nooo!).
Il treno era vuoto.
Il capostazione baffuto, distinto, vagamente somigliante all’omino della pubblicità del detersivo per lavatrice, gli strinse la mano sorridendo, poi lo invitò a salire.
Tremante, con un sorriso ebete stampato sul volto, Palmiro Bentivoglio salì e , mentre saliva, tutti gridavano:
– Palmiro! Al finestrino, Palmiro!
E Palmiro si affacciò al finestrino.
– Buon viaggio! Scrivi! Riguardati!
E fazzoletti a sventolare, occhi umidi di qualche anziana signora.
I più giovani cantavano:
– Perché è un bravo ragazzoooo! Perché è un bravo ragazzoooo!
Palmiro, istupidito, prese a ripetere a tutti:
– Grazie, grazie. Arrivederci.
Ma non lo sentivano, la sua voce era come lo squittìo di un topo capitato per sbaglio nella gabbia dei leoni.
E ancora fazzoletti, ancora saluti.
Poi il fischio. Le porte del treno che si chiudevano, gelando le mani di Palmiro, perché, adesso davvero lo sapeva, non avrebbe potuto più tornare indietro.
Vide la stazione sfilare via prima lentamente, poi sempre più veloce.
I ragazzi correvano insieme al treno salutandolo:
– Ciao Palmiro! Ciao! Ciaooo!
Lui rimase lì, affacciato al finestrino, mentre grosse lacrime gli rigavano il volto. Li vide diventare sempre più piccoli, sempre di più, finchè non scomparvero inghiottiti dall’orizzonte.
Poi la campagna, le autostrade, le case, cominciarono a corrergli davanti agli occhi e fu allora che capì che davvero non c’era più nulla da fare: volente o nolente, era partito.
Si sedette sconfitto, esausto, ancora in lacrime e pose accanto ai suoi piedi quel borsone vuoto dall’odore orribile.
Lentamente scese la sera, senza che il treno incontrasse alcuna stazione.
Palmiro Bentivoglio sospirò, guardando il suo biglietto completamente bianco, che nessun controllore era ancora venuto a vidimare.
Infine, stanco, si addormentò.

Le stelle, lassù, non smisero – no, nemmeno per un attimo –

di inseguirlo

© Thomas Pistoia

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SLA

Mia moglie ogni tanto passa di qua.
Tra una faccenda e l’altra non dimentica mai di venire un momento, appena può, ad accarezzarmi il viso. Mi passa una mano su una guancia e mi sorride, mi chiede se ho bisogno di qualcosa.
Mia moglie con un sorriso può avvicinare le stelle, dovreste vederla. E la sua mano, la sua mano è spesso umida, di passaggio tra un bucato o una pietanza; eppure mi bagna di calore. Mi adagia su questi giorni che mi passano intorno come un fiume, un fiume di cui io sono adesso nient’altro che un frammento di inutile ghiaia.
Un giorno… stavo lì a farmi un caffè; feci per chiudere la moka, feci per chiuderla… Avvicinavo i due pezzi, giravo e rigiravo, non capivo, sembravano respingersi, come poli opposti su di un chiassoso stridio di lamiera…
Poi le mie mani mollarono, e venne giù tutto;  e ancora non sapevo che anche io mi sarei sparso così, come quel mucchietto di polvere marrone disegnato sul pavimento.
Oggi ho di fronte sempre lo stesso soffitto, e misuro, ogni secondo che passa, quanto sia infinitamente distante il mio essere umano da quella superficie bianca che da mesi ormai mi sovrasta, come un drappo vuoto, una bandiera senza colori che sventola di noia la mia malattia.
Io sono fermo.
Io sono muto.
Sono un albero piantato nel mio letto, con le radici che scavano nel materasso, si aggrappano, rigirano attorno ai fili metallici della rete.

Sono in attesa perenne, impotente, farfuglio aria da un tubo in trachea, eppure son vivo.
La prima domanda che mi sono fatto è stata “perchè proprio a me, che ho fatto di male ?”. Ma era troppo banale. Questa è la domanda di tutti i malati. Chiunque di fronte a un dolore si chiede perchè, il senso o il motivo, chiunque, si tratti di cancro o di un’unghia incarnita.
Il passo era molto più lungo, l’abisso molto più profondo.
Perchè le altre malattie se ti uccidono, ti lasciano uomo. Questa no.
Qui sei morto, sepolto, prima ancora di andare.
Ecco, mia moglie mi parla, mi tocca, sorride, mi ama. E io qui è come se non ci fossi, è come se fossi detenuto di me stesso, prigioniero dentro il mio corpo, chiuso per sempre in un barattolo di carne umana.
I miei occhi sono il vetro trasparente attraverso il quale guardo fuori…
i miei occhi sono la mia voce gettata al di là delle sbarre, verso il mare, oltre gli scogli.
Io amo in un battito di ciglia, come l’albero che canta di foglie al passare del vento. Il mio più lungo discorso è un agitarsi di palpebre nel vuoto, un alfabeto morse ridicolo, captato solo da chi mi ama.
Io parlo così. Oppure con la voce sintetica di un computer.
Ma non è solo questo. A volte, di notte, mentre dormo, sogno di correre a lungo, senza motivo, senza una meta, come spesso fanno i bambini. Sogno di andare.
Da sveglio, immaginatemi dentro.
Mi penetra, mi percorre un’energia infinita e bestiale che ruota, risbatte, si tuffa e risale. E mai, mai, trova un’uscita. A tratti s’acquieta. Allora mi sorprendo a godere di un raggio di sole che mi raggiunge dalla finestra, o di una canzone che passa dai muri e rigira qui intorno.
Poi tutto riprende e resto schiacciato da una mano invisibile che preme il mio corpo in un supino supplizio.

Sclerosi Laterale Amiotrofica… che cazzo significa… cambiatele nome, datele un senso !

Un cadavere vivo piantato nel mondo, ecco cosa sono; una statua vivente che spera nel tempo o in un gesto pietoso.

Mia moglie ogni tanto passa di qua.
Ho imparato da poco

a dirle ti amo con gli occhi

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.