Intervista su ilgruppo.net

Posted on giugno 18th, 2013 in News | No Comments »

Vi segnalo la bella intervista che la bravissima Saveria Fagiolo, blogger e artista, mi ha fatto per ilgruppo.net

La trovate a questo indirizzo: http://www.ilgruppo.net/intervista-a-thomas-pistoia/

.

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Dev’essere il menarca.

Posted on giugno 4th, 2013 in Racconti brevi e versi | No Comments »

menarca

Dev’essere il menarca a rendermi scontroso e scortese.
Non è che sto pensando al nostro belpaese.
No. Dev’essere il menarca.

Dev’essere il menarca a rendermi nervoso e intollerante.
Non c’è alcun riferimento a nessun politicante che trasudi corruzione e faccia schifo.

Mi si sfalda l’endometrio. E’ questo che mi fa bollire il sangue.
Non la mafia in doppiopetto che ramifica e si spande anche al nord.

Dev’essere il menarca, che non sopporto più nemmeno i giornalisti.
Li prenderei a sassate. Tutti, esclusi un paio, quelli più ribelli, figli naturali di Indro Montanelli.
Quegli altri, nei salotti, li detesto.
Hanno sempre un pretesto, un giro di parole, una spiegazione a favore del padrone, no…
Dev’essere il menarca.
Sono in fase di sviluppo, ancora non capisco.

Dev’essere il menarca a rendermi violento, mica quelle troie in parlamento!
E’ che ho gli androgeni pronti ad agire.
Per questo non riesco a sopportare stipendi maledetti senza una morale, mentre crolla la salute, muore l’istruzione e c’è gente che si uccide per disperazione.
Dev’essere il menarca.

Crescerò.
Sono un cittadino in età puberale, produco gonadotropine, ho il disordine ormonale tipico della mia classe sociale.
Attendo una crescita del pil, dell’ipotalamo, un tasso d’interesse migliore.

Crescerò.
Sono un cittadino in cassa integrazione.
Arriva la mia prima mestruazione e la disoccupazione che avanza, la banca non mi da speranza.
Le tasse diventano cartelle esattoriali, assorbenti… interni e con le ali.

Dev’essere il menarca, non c’è altra spiegazione.
Non può essere il pensiero di una costituzione ignorata, di una magistratura insultata, derisa da un viagradipendente, che vende sogni a basso costo alla gente e a telecamere mai spente si prende tutto ciò che vuole.
Non muore.

Dev’essere il menarca.

Crescerò.
Sono un cittadino senza legge elettorale che ovula con dolore addominale.
La crisi mondiale mi segna.
La guerra di Grecia, di Spagna, d’Italia.

Non donna di province, ma bordello.

Dev’essere il menarca.

Non può essere che quello.

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.


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La mia “Prima il vento” inserita nel libro di testimonianze sul terremoto della Protezione Civile di Perugia

Posted on maggio 5th, 2013 in News | No Comments »

pietre

Quando le pietre raccontano è un libro ideato dalla volontaria della Protezione Civile di Perugia Patrizia Burini. Il volume contiene racconti e testimonianze raccolte durante i giorni immediatamente successivi al terremoto dell’Aquila del 2009.

“Prima il vento” (ormai è stata ribattezzata così la parte iniziale del mio racconto Operazione Radon) è stata inserita nel libro, che verrà presentato il 18 maggio prossimo alle 10,30 presso la Biblioteca Sandro Penna di San Sisto (Perugia).

L’opera è acquistabile tramite offerta libera, il ricavato delle offerte sarà devoluto per le cure della piccola Noemi, affetta dalla Sindrome di Rett. Vi invito dunque fortemente a partecipare. Potete ordinare il libro scrivendo una mail a Isabella Milioni.

E’ la terza volta che “Prima il vento” viene scelta per descrivere la tragedia aquilana. Nel 2010 Il Maestro Matteo D’Amico l’ha inserita nella sua opera musicale “6 aprile 2009 – Una musica per ricordare”. Nel 2011 il Gruppo Fotoamatori Pistoiesi l’ha utilizzata come testo di accompagnamento per la mostra fotografica “Zona Rossa”.

Thomas Pistoia


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Epitaffio autografo di un musicista jazz forse di colore

Posted on aprile 4th, 2013 in Racconti brevi e versi | No Comments »

Quando morirò diranno “era bello”.
Quando morirò diranno “era buono”.
A me basta che uno, uno solo, abbia il buongusto di dire: “era un uomo”.

Quando morirò mia madre piangerà e il dolore le righerà la fronte. Oppure lei sarà già andata via, allora la faccia sfregiata sarà la mia.
Quando morirò mio padre toccherà capelli abbandonati e labbra scolorite, ma neanche lui, con tutto quello che ha vissuto, saprà spiegarsi cos’è accaduto.

E io supino, tra quattro ceri accesi, io beffardo, tra gli astanti sorpresi, potrò deridere ipocriti e bugiardi e rivivere solo nei ricordi.
Quanti di costoro ora così afflitti torneranno a casa senza far delitti?
Senza pensare “in fondo gli sta bene!”.
Senza capire che ce ne andremo insieme?
Perché la morte, prima o poi, verrà anche per loro!

Quando morirò sarà scritto sul giornale.
Almeno per un giorno avrò celebrità!
Quattro righe di cordoglio formale solleticheranno la mia enorme vanità.

Quando morirò, che cosa buffa e assurda!
Sarà un giorno ideale per una bella gita.
Gli altri partiranno e io starò qui… a veder terminare la mia vita.

Ma così, supino, sotto fredda terra, io, sempre pronto a far la guerra, potrò ridere finalmente di cuore di quello che voi chiamate dolore.

Quale di costoro con i fiori in mano di me potrà arrivare più lontano?
Ma non ho rimpianti, non ho pretese, me la son goduta senza badare a spese.

Magari, chi rimane, mi faccia l’ultimo favore…
Con ironia tinta di nero colore, cortesemente sia scritto sulla tomba:

Qui giace uomo

con la sua fida tromba

.

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore


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Ddo’ l’adà deé

Posted on febbraio 4th, 2013 in Racconti brevi e versi | 2 Comments »

E decise di partire.
Era martedì. E c’era un forte vento. Ed era notte.
E l’inquilino del terzo piano non era ancora rientrato. E alla radio suonava un vecchio brano di Sergio Endrigo.

Io, io ti inventeroooooò…

la scusa… per restare sempre quiiiii!

Ti fermerooooò… chiusa dentro meeeee…

libera e felice… ma chiusa dentro meeeee!

Decise di partire lo stesso.
Prima di uscire di casa però, volle farsi un caffè. Uno di quei caffè che solo le vecchie moka arrugginite e senza coperchio sanno sbavare via come si deve.
Ciuf ciuf ciuf… Sembrava un treno, una locomotiva del far west, lenta alla partenza così come agli attacchi dei pellerossa. E la schiuma color marrone zuccherato cominciò a venir fuori a piccoli glug schizzati, odorosi, un po’ vermigli.
Sì, un bel caffè bollente! Poi via, senza cappotto e senza ombrello. Solo lui e il vento.
Lei dormiva.
Bella (oh, se era bella quando dormiva!). C’erano notti che si svegliava solo per guardarla respirare piano sotto le lenzuola. E si metteva gli occhiali. Per vederla meglio.

Decise di partire.
Aveva già in mente un piano. Preciso, un po’ smodato, vagamente vermiglio, avrebbe detto. Come quel caffè.
Piano, in punta di piedi, aprì la porta e uscì.
Oh, guarda l’inquilino del terzo piano stava salendo su! Rientrava, finalmente!
Uscito in strada lo salutò il vento. Una folata rabbiosa fece rumoreggiare una lattina verde di birra, probabilmente tedesca; la riconobbe dal metallicare che faceva la lamiera rotolando sull’asfalto.
Poi un’altra folata.
E un’altra.
E un’altra ancora. I suoi capelli si spettinarono un po’, seccati da quella troppo improvvisa apertura del ballo. Comunque ormai era fatta. Era fuori.

Ora doveva cercare il primo.
Il primo era fondamentale, senza di lui non se ne poteva fare nulla!
Vagò per un quarto d’ora tra auto parcheggiate, negozi, bidoni dei rifiuti. Palazzi e resti archeologici di un ordine cittadino che il malumore del tempo si era divertito a scombussolare.
I mozziconi di sigarette in gara sul marciapiede non si contavano. Uno, due, tre… No, no, non si potevano proprio contare!
Una scatola di scarpe vuota stazionava in mezzo alla strada: una Ford Fiesta la mancò per un pelo. Pochi minuti dopo un cane la urinò in pieno.
La prima pagina di un Resto del Carlino di chissà quanti mesi prima si era appiccicata alla base di un palo della luce e aveva cominciato a fare delle avances molto spinte al tronco di metallo.
Meglio non guardare, non è educato.

Ah! Ecco il primo, finalmente!
Un tizio – sicuramente un operaio, dato che portava uno di quei monclair da paninaro che andavano tanto di moda negli anni ottanta (quelli con lo stemmino vera piuma d’oca, quelli che se quindici anni fa li pagavi da svenarti, oggi li trovi al mercato dell’usato che te li tirano dietro) – un tizio, dunque, veniva verso di lui camminando a testa bassa, rasente il muro, come a volersi riparare dall’estro carnascialesco di quel vento.
Brrrr!… pareva che dicesse, e arrivava giù – un du-è! – a passo di marcia.

- Mi scusi…

Il tizio alzò lo sguardo stupito, ma non spaventato.

- Mi scusi, sa, avrei bisogno di un favore.

Ora l’espressione dell’uomo stava in equilibrio tra il seccato e l’interrogativo.
- Ecco, avrei bisogno di… di una direzione.

- Cerca una via? – rispose il tizio, col piglio di chi ha fretta e vuole farla breve.

- No, no, ecco, basterebbe che lei mi indicasse una direzione, una qualsiasi, a suo piacere… una strada. Mi mandi dove vuole.

- Ma va’ a cagare, va’! Pirla! – esclamò quello, ormai sicuro che il suo interlocutore fosse solo un rompiscatole che aveva voglia di scherzare (forse perché non aveva sulle spalle otto ore di fabbrica come lui). E proseguì per la sua strada.

Ecco, lo sapevo, ora dovrò cercarne un altro! Si indispettì invece lui, scoraggiato.

No, il primo non era quello. Tutto da rifare.

Ma… un attimo!

Va bene che il tizio lo aveva mandato a cagare, ma aveva anche accompagnato l’invito col tipico gesto della mano che si fa quando si vuole cacciare qualcuno!
Una dritta, pur non volendolo, gliel’aveva data!
Di là! In pratica nella direzione da dove la vera piuma d’oca e la sua educazione erano venuti!

- Mi ha mandato in fabbrica – gli venne da ridere e da pensare – Farò come mi ha detto.
E, felice di avere finalmente una strada su cui camminare, partì.

A lungo, per ore, seguì quella direzione. Corso Tazzoli, dove aveva incontrato il tizio, divenne Corso Manzoni. Poi D’Annunzio, Cavour e Pio IX; salutò Garibaldi che sfociava in Piazza Leopardi.
Sì… ma da lì? Una piazza è l’incontro di più strade, strisce di mezzeria che si curvano felici su lati opposti, semafori che decidono quale senso abbiano i rettangoli zebrati dei pedoni!
Da che parte sarebbe dovuto andare, ora?
Gliene serviva un altro. Un altro indicatore, un’altra freccia umana.
Non c’era nessuno in piazza. Neanche un cane.
Erano le quattro del mattino. Mercoledì. Niente più vento. Solo freddo e qualche nuvola.
Nessuno.
Sotto la pressione dei suoi piedi, foglie secche scoppiavano come castagne sulla padella coi buchi, neon biancastri sfocavano le vetrine dei negozi, rumori… Una macchina! Ecco! Là! Una macchina!

- Ehi! Ferma! Ferma!

Corse incontro a quei fari come un beduino nel deserto corre incontro a un miraggio.

- Ferma! Ferma!

L’auto frenò.
Il conducente abbassò il finestrino pochissimo, lo stretto necessario per far entrare un filo d’aria e le loro voci. Ascoltò quest’uomo che l’aveva fermato e parlava velocissimo.

- Guardi lo so non vorrei disturbare non mi mandi a quel paese ho bisogno solo che lei mi dica dove devo andare cioè basta che mi indichi una strada qualsiasi quella che vuole lei non mi dica di no dove lo trovo un altro a quest’ora di notte?

- C- che cosa vuole? – esclamò l’altro.

- Quale di queste strade, secondo lei, dovrei prendere?

- Ma per andare dove?

Niente, nessuno capiva. Ma perché tutti vogliono sapere dove va un altro?

- Ma che cazzo gliene frega di dove vado! Mi vuole indicare una strada o no? – urlò, esasperato dalla lentezza di ragionamento d’uomo – Io voglio solo che lei mi dica di qua o di là. A destra o a sinistra. Oppure dritto. Lo capisce questo?

Il conducente dell’auto non capì, ma fece finta.

- Oh, sì. Sì… Di qua, di là… Certo, mi scusi, sa, non avevo capito, certo… Guardi, prenda quella strada…

E se ne andò sgommando.
Chiaro: l’aveva preso per un pazzo.
Pazienza: almeno adesso aveva una direzione!
Ripartì.
Poi venne giorno, e fu più facile. C’era un maggior numero di persone per la strada e, se qualcuno lo mandava a cagare, a lavorare o a fare in culo, c’era sempre qualcun altro che – pensando ad uno scherzo, a un pazzo, o semplicemente a non perder tempo – gli indicava comunque dove andare.

Andò avanti così per due mesi, tre settimane e diciassette giorni, mangiando e bevendo come poteva, facendo i bisogni nei locali pubblici o per la strada, chiedendo ogni tanto l’elemosina di qualche soldo e una direzione. Avanti così, dormendo qua e là, dove capitava.

Finchè giunse in riva al mare.

L’ultima persona a cui aveva chiesto un’indicazione era stata una bambina di circa sei anni che, probabilmente pensando ad un nuovo gioco, era stata l’unica che subito, senza pensarci né fare domande, gli aveva detto: di qua!

il mare

Gli era già capitato di dover tornare indietro. Le persone, se chiedi una direzione, non possono sapere da dove vieni. Può capitare che, senza volerlo, ti rimandino su una strada dalla quale sei già passato.
Ma dover tornare indietro adesso, per quella stupida massa d’acqua lì, che gli impediva il cammino… Cazzo! Gli seccava.
La prossima persona al massimo gli avrebbe potuto dire di costeggiare il mare, di camminare lungo la spiaggia, ma non valeva lo stesso. C’era una direzione bloccata!

Voci.

Un uomo anziano e un bimbo erano lì anche loro, sul bagnasciuga, a qualche metro da lui.
Si avvicinò rassegnato.

- Chiederò a loro, dove andare. Pazienza se una strada è sbarrata!

Stava per interrogarli, quando udì il bimbo chiedere al vecchio:

- Nonno, cosa c’è là dove finisce in mare?

Il vecchio sorrise.

- Eh, altro mare.

- E dopo?

- Dopo? Ancora mare!

- E dopodopo? – insistè il piccolo.

- Maremare – rispose il nonno.

- E dopodopodopo?

- Maremaremare!

- E dopodopodopodopodopodopo ?

- Maremaremaremaremaremare! – disse infine il vecchio. Ed entrambi scoppiarono a ridere.

Non si seppe mai spiegare il perché, ma fu allora, in quel preciso momento, in quel minuto secondo in cui cominciò la risata del nonno e del suo nipotino, che decise di tornarsene a casa.

E non tornò a piedi, no. Prese un treno.
E non parlò con nessuno, neanche col controllore che gli chiedeva il biglietto.
Ci mise tre giorni, a tornare.
Era notte fonda, quando si ritrovò di fronte la porta della sua casa.

Era giovedì, o forse domenica.
E l’inquilino del terzo piano… Bah! Non gliene fregava un cazzo dell’inquilino del terzo piano!
E la radio era spenta, ma non si volle fare un caffè.

Lei dormiva.

Chissà, forse non s’era neanche accorta che il suo uomo era stato via per un po’.

Non c’era vento là fuori, solo un pezzo di cielo.

Ma guardava lontano.

Dentro altre

finestre

.

.

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.


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Lettera ad un amore mai esistito

Posted on gennaio 2nd, 2013 in Racconti brevi e versi | No Comments »

Ti chiamo per nome, amore, ma non ho voce abbastanza.
Il mio richiamo non varcherà questa stanza.
Non è tua e non è mia la colpa.
Non c’è per noi una prima o un’ultima volta… solo pagine bianche di tremolante, infinito corsivo, che scorre… e, rigo per rigo, si perde.

Ti sfioro, non trovo ragione o pudore che abbia un senso compiuto.
Siamo naufraghi in cerca di sabbia bianca, siamo in cerca d’aiuto.
Non c’è per noi una scusa che valga la pena, non c’è presente o futuro nel manoscritto nella bottiglia, che, alla deriva… s’arena, s’incaglia e svanisce.

Ti prego, non darmi tregua, è così dolce soffrirti.
Ti trovo senza cercarti nel viavai di questi deserti.
Sappiamo entrambi cosa ci unisce.

Invoco il tuo nome, amore, al limite dell’incoscienza.
Il ritorno a quello che c’era prima sarà l’unica vera partenza.
E ci sarà, vedrai, almeno una volta, su queste pagine bianche, in un estremo, violento saluto…
Una mano che agita il vuoto su un treno che parte.

Ti prego, non darmi tregua, è così dolce soffrirti.
Ti trovo senza cercarti nel viavai di questi deserti.

E sappiamo entrambi cosa ci unisce.

 

©Thomas Pistoia

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.

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Il mio “Il Pescatore di uomini” nel nuovo disco dell’ Antonio Dambrosio Ensemble

Posted on novembre 29th, 2012 in News | No Comments »

Il musicista Antonio Dambrosio ha inserito il mio pezzo “Il Pescatore di uomini” nel nuovo disco dell’ “Antonio Dambrosio Ensemble”, dal titolo “Al di là del bene e del mare”.

Si tratta di un progetto poetico/musicale sull’immigrazione.
Il disco sarà presentato sabato 1 dicembre alle 20,30 presso il FELTRINELLI POINT di Altamura in Via Vittorio Veneto 69.

Chi volesse leggere o rileggere il brano presente nel disco può cliccare << qui >>.


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